Ago 26

Romeo e Giulietta di 90 000 anni fa *

Questo "strano" articolo riunisce una notizia AUTENTICA e di estrema importanza per capire l'evoluzione delle varie specie di ominidi verso l'unica odierna, quella dell'homo sapiens, con due visioni molto particolari dell'eterno conflitto tra i diversi, due parabole che affrontano il problema analizzando attentamente le regole che il Cosmo dovrebbe insegnarci. Aspettatevi un po' di ironia, ma anche un po' di  melanconia...

Era abbastanza probabile che durante le varie migrazioni avvenute nell’Eurasia, soprattutto da Ovest verso Est, prima o poi l’uomo di Neanderthal dovesse incontrarsi con l’uomo di Denisova. Probabilmente due specie a confronto… Cosa possa essere successo lascia aperte molte strade speculative, ma un recentissimo ritrovamento avvenuto in Siberia ha risolto il problema: è stato trovato un frammento di osso proveniente da un braccio o da una gamba di un individuo di sesso femminile, di circa tredici anni, con madre neandertaliana e padre denisoviano.

La sorpresa non è veramente tale, dato che era stato ampiamente previsto un mix delle due specie, ma averlo dimostrato apre scenari del tutto nuovi e ricchi di stimoli di ogni genere.

Articolo originale QUI

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Già circolava la voce che le ragazze neandertaliane fossero alte slanciate e sinuose, mentre quello denisoviane fossero tarchiate e ricoperte da lunghi peli sul volto. D’altra parte, si pensava anche che i denisoviani fossero magnifici atleti, longilinei e pieni di muscoli, mentre i neandertaliani tendessero all’obeso e avessero una fronte talmente “sfuggente” da non averla quasi mai recuperata nei fossili.

Insomma, non è difficile immaginarsi una specie di storia d’amore contrastata tipo Romeo (Denis) e Giulietta (Nea) di circa 90 000 anni fa. Il grande storico cinese Mau-Pau-Lin, scartabellando negli antichi scritti della dinastia Ciaoneh (8500 a.C.) ha trovato tracce di un antica leggenda preistorica che ha tradotto per noi e pubblichiamo con grande gioia. Un grazie di vero cuore all’esimio professore per la sua gentilezza.

La storia è stata, forse, volutamente agganciata alla tragedia shakesperiana, ma al maestro Mau-Pau-Lin si può concedere questo e altro...

La vera storia di Denis e Nea

(di Maurizio Bernardi)

S'era a cavallo tra  il 92000 a.C. e l' 87000 a.C.

Anno più, anno meno.

Neanderthaliani e Denisoviani erano, a quel tempo, le tribù più ricche e influenti del pianeta e  tra loro non si vedevano di buon occhio. Per usare un eufemismo, potremmo dire che si odiavano ferocemente.

Sarà stato per il furto della mandria di Mammut lanosi, perpetrato dallo Zio Yarek-dei-Neanderthal, prima dell'ultima glaciazione, ai danni di  Piotk-dei-Denisova, che aveva lasciato incautamente gli animali incustoditi, o forse per quello scherzo delle bacche di Taxus con cui, durante la festa del paese, una Denisoviana non identificata, aveva avvelenato il vin brulè dei Neanderthaliani facendo fuori mezza tribù.

Non si sa, comunque, se dal barbiere si fossero incontrati accidentalmente un Neanderthal e un Denisova, sarebbero volati coltelli (di selce).

Ma tutto questo odio non era condiviso da Denis e Nea, che, a dispetto della diversa appartenenza familiare, si amavano teneramente.

Da quando l'aveva vista la prima volta, con quel vestitino leggero, di pelle di tigre-dai-denti-a -sciabola, che andava di moda quell'estate (dopo l'ultima glaciazione imperversava il riscaldamento globale), Denis non riusciva più a pensare ad altro. Rischiava seriamente di essere anche bocciato a scuola, trascurando gli esercizi di scrittura su pietra e i graffiti murali, in cui prima andava così bene.

Anche Nea, pur tentando di nascondere i suoi sentimenti, (aveva letto su una carta dei cioccolatini che due persone possono serbare un segreto se soltanto una sola lo conosce*) si sentiva perdutamente attratta da quel giovane, bello e gentile, che le ronzava attorno.

L'antico astio tra le due famiglie pesava come un macigno sul cuore dei due ragazzi che avrebbero voluto unire le loro vite e farsi, come si diceva allora, una famiglia.

Avrebbero voluto chiedere consiglio a qualcuno, una persona saggia, che potesse aiutarli a trovare una via di uscita, ma chi? C'erano solo Neanderthal e Denisova e di saggi, visto come si comportavano, non pareva ce ne fossero.

Ma in una mattina di aprile, o forse era già maggio, capitò in paese uno strano personaggio, con una fisionomia a dir poco bizzarra e una pettinatura ridicola. Era un Homo Sapiens.

Questa sì che è una botta di c... pensò Nea. Un homo-sapiens! Chi meglio di lui può darci un consiglio, una idea, suggerire un “escamotage” per risolvere il nostro problema?

Andarono insieme, lei e Denis, dal nuovo arrivato, il cui nome era Lorentz, e gli raccontarono tutta la faccenda.

Lorentz, ci pensò un po' su. “Dalle mie parti fatti del genere vengono risolti facendo un figlio. Prima succede un gran casino, poi le famiglie si rassegnano e tutto finisce a tarallucci e vino”.

Denis e Nea si guardarono: un figlio, che idea ardita, ma avrebbero trovato il coraggio per fare un passo così spericolato?

Ebbene, lo trovarono.

Quando il padre di Nea si rese conto di quello che stava capitando, volle subito sapere il nome del padre del nascituro. Sospettava di un cugino di Nea che, con mille scuse, frequentava la famiglia. Una volta per organizzare la caccia al cinghiale-dai-denti-a-sciabola, una volta con la scusa di aiutare i più piccoli a fare i compiti, una volta perché era scoppiato il temporale e non poteva tornare a casa sua, insomma, ne trovava sempre una.

Quando seppe che non si trattava del cugino, ma di uno di quei terroni Denisoviani, andò su tutte le furie. Radunò tutti i figli maschi e fece un breve discorso del tipo “Diamoci dentro e botte da orbi”.

Naturalmente i giovani, allora come oggi, erano piuttosto impulsivi e non si fecero ripetere due volte l'invito. Fu così che i Neanderthal e i Denisoviani per qualche giorno non ebbero di meglio da fare che darsele di santa ragione. Purtroppo le cose si complicarono quando Denis, accidentalmente, lanciando un masso dall'alto di una roccia, fece secco un fratello di Nea.

Per sfuggire alla vendetta della famiglia rivale, Denis dovette abbandonare il paese, facendosi promettere da Nea che l'avrebbe raggiunto all'estero, in un secondo tempo.

Nea, disperata per la piega che avevano preso gli avvenimenti tornò da Lorentz, chiedendo aiuto e consiglio.

Il Sapiens, anche stavolta, ci penso su per un po'. E' tipico dei Sapiens pensare, o almeno fare finta, prima di dire qualunque cosa.

“Ragazza mia, avete esagerato... quando si fa ammuina bisogna sapersi controllare. E che è! Mi vai a spaccare la testa di un cristiano, sul serio?”

Lorentz riprese a pensare per un altro po'.

“A questo punto l'unica cosa che puoi fare è... morire”

“Come, morire... Ma che dici Sapiens?”

“Ma no, ragazza mia, fare finta di morire, insomma... ammuina”

“Ah, volevo ben dire...”

“Si fa così: ti mangi qualche seme di ricino, che non succede niente, ti fa fare una bella dormita e tutti credono che ti sei suicidata per il dolore, una cosa normale, alla tua età”.

“Ma Romeo... cioè, Denis? Chi lo avvisa che sono viva?”

“Glielo faremo sapere noi, stai tranquilla, mica per niente sono Sapiens, ho pensato a tutto”.

Infatti le cose andarono proprio come aveva detto Lorentz.

Nea simulò il suicidio, gettando nello sconforto sia i Neanderthal, sia i Denisoviani che avrebbero desiderato quell'erede che portava in grembo. Nel dolore comune le due famiglie trovarono l'occasione per mettere da parte i rancori accumulati nei millenni e cominciare a vivere in armonia.

Neanderthal3Mentre Denis e Nea, lontani e al sicuro, vivevano la loro esistenza, allietata dalla loro bambina (credevate che fosse un maschio, vero?), nelle caverne del paese si intrecciavano le sorti di uomini e donne di due razze un giorno nemiche.

 

Tutta la storia fu fedelmente scolpita sulla pietra dalle sapienti mani di Lorentz e poi trascritta e ritrascritta, fino ai nostri giorni, dando fama e lustro ai tanti scrittori che, a più riprese e con innumerevoli varianti, ne trassero ispirazione per le loro opere.

 

*  Romeo e Giulietta  -  W. Shakespeare     Atto  II  scena IV   (per gentile concessione della Perugina)

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Questa seconda versione è stata scritta da uno paleontologo di grande fama che, forse, si è fatto prendere un po' la mano... ma si tratta di piccole aggiunte leggermente personali che tendono in fondo a ricostruire al meglio il DNA dell'antica bambina...

Ska e Vek      

(di Maurizio Bernardi)

Dalla imboccatura della caverna si vedeva il corso del fiume Anuy snodarsi con ampie volute fino a perdersi nel fitto della foresta di abeti rossi. Le anse andavano degradando verso il fondo valle, dove una nebbia indistinta regnava perennemente.

La luce penetrava all'interno dalla grande entrata principale e da piccole aperture laterali che erano state praticate ampliando i pertugi tra le rocce.

Dalla penombra, che si andava infittendo verso il fondo della caverna, proveniva un suono di flauto,  avvolgente e misterioso, un disegno melodico basato sulla ripetizione mai uguale di toni che si inseguivano, sfumando uno nell'altro, come i colori di una madreperla.

Vek si fermò un momento prima di addentrarsi nella apertura. Gli piaceva ascoltare la musica di Ska e non voleva interromperla.

Con quel piccolo flauto, ricavato con perizia da un femore di orso, Ska lo aveva stregato.

utensili
Flauto ritrovato nella grotta di Divje Babe (Slovenia). Ricavato dal femore di un orso, risale a 50/60.000 anni fa, quando l'homo sapiens non era ancora arrivato in Europa. Ciò fa supporre che potrebbe essere stato l'uomo di Neanderthal ad inventare la musica (Fonte: Istituto di Archeologia ZRC SAZU). QUI musica eseguita con un flauto ricostruito secondo questo reperto.

Quando era arrivata con la sua tribù, dai lontani territori dove il Sole scompare, l'aveva notata subito. Ma se ne era innamorato davvero la prima volta che aveva sentito il suono che sapeva trarre da quello strano strumento.

Allora le si era avvicinato e si era seduto davanti a lei in silenzio, lasciandosi accarezzare da quelle note magiche in cui erano condensate emozioni sospese nell'aria, indefinibili, evanescenti, ora serene e subito dopo nostalgiche.

I nuovi venuti erano stati accolti in modo amichevole, anche se il loro aspetto era marcatamente diverso e il loro linguaggio poco comprensibile.  Le due tribù convivevano pacificamente, dividendo le risorse del territorio, partecipando congiuntamente alle battute di caccia al Kor dalle lunghe corna, scambiandosi manufatti, strumenti di lavoro e ricette di cucina.

Nonostante questo, gli anziani, da ambedue le parti, non avrebbero mai approvato l'unione di un giovane e di una giovane che non fossero della stessa discendenza.

Contro questa legge tribale si veniva ad infrangere il sogno di Ska e di Vek. Avevano una sola scelta: allontanarsi per sempre dall'insediamento e vivere in una loro dimensione esclusiva, al di fuori delle regole degli anziani, ma anche in un isolamento che li avrebbe resi più fragili nel fronteggiare le innumerevoli difficoltà di quella vita primitiva.

Esitarono a lungo prima di prendere quella difficile decisione e solo quando il loro segreto fu reso evidente dall'aspetto di Ska, in attesa di un figlio, la scelta divenne inevitabile.

Se ne andarono in una notte di Luna piena, portando con sé poche cose, quelle essenziali, a parte un frammento di clorite da cui Vek stava ricavando un bracciale per Ska, e gli attrezzi necessari alla lavorazione.

Risalirono il fiume per giorni e giorni, senza fretta perché nessuno li avrebbe seguiti per contrastare la loro scelta. Si fermavano per pescare e consumare i loro pasti, prima del calare del Sole. Accendevano il fuoco davanti alla tenda di pelli di Mammut lanoso, più  per tenere lontani i Daos, di cui talvolta si sentivano gli ululati, che per difendersi dal freddo. La mattina si rimettevano in marcia. A volte cacciavano piccoli animali o si fermavano per racccogliere bacche di corniolo o di rosa canina, intenerite dalla prime gelate.

Fu Ska a vedere per prima la caverna. Entrarono facilmente, sotto l'ampia volta di granito, in una grande sala che sarebbe diventata il loro rifugio, la loro casa.

Lì sarebbe nato loro figlio.

 

Novosibirsk, 5/12/2008

Il professor Anatoly Derevyanko, direttore dell'Istituto di Archeologia ed Etnografia di Novosibirsk si concesse una pausa per un caffè, mentre rileggeva l'ultima parte del rapporto per la stampa che aveva appena finito di scrivere.

“…. Il bracciale è stato trovato all'interno della famosa Denisova Cave, sui monti Altai, che è rinomata per i suoi ritrovamenti paleontologici risalenti ai Denisovani, conosciuti come homo altaiensis, una specie estinta di esseri umani geneticamente distinti da uomini di Neanderthal e dagli esseri umani moderni.

Fatto di clorite, il braccialetto è stato trovato allo stesso livello dei resti di alcuni uomini preistorici e si pensa appartenesse a loro.

bracciale
Risalente a 40 mila anni fa e attribuito alla specie Denisoviana dei primi esseri umani, è stato ritrovato in Siberia nel 2008 e si crede sia il più antico braccialetto di pietra del mondo (immagini: A. Derevyanko e M. Shunkov)

Ciò che ha reso la scoperta particolarmente eclatante è stata la sorprendente  tecnologia di produzione impiegata, più comune in un periodo molto più tardo, come ad esempio il neolitico. Infatti, non è ancora chiaro come i Denisovani avrebbero potuto realizzare il braccialetto con tanta perizia.

L'antico maestro era abile nelle tecniche precedentemente considerate non caratteristiche per il Paleolitico, come la perforazione con un attrezzo, l'utilizzo di utensili  come una raspa, la levigatura e la lucidatura con pelli di diversi gradi di conciatura.

La Clorite non è stata trovata nei pressi della grotta e si pensa provenga da una distanza di almeno 200 km, il che mostra di quale valore fosse questo materiale a quel tempo.

Di tutti i reperti analoghi, ritrovati nella zona, questo rappresenta di certo il più antico, risalendo a non meno di 40 mila anni fa. Molto elaborato, fatto con una lucida pietra verde che alla luce del giorno riflette i raggi del sole e di notte, accanto al fuoco, getta una profonda tonalità di verde, si pensa che abbia ornato una donna molto importante o un bambino, solo in occasioni speciali.

 

Galassia di Andromeda, anno andromediano 754 156

Vork III era su tutte le furie. “Non avreste dovuto rientrare senza aver recuperato il Traduttore! Sapete bene quali conseguenze si possono determinare in questi casi”

I cinque componenti della squadra di contatto, di ritorno dalla incursione temporale su Sol III, in cui avevano interagito con le popolazioni locali con uno sfasamento di 40.000 anni, erano stati accolti con grandi onori per il successo della missione.

Solo dopo avere inventariato tutto il materiale in dotazione alla spedizione ci si era resi conto della mancanza del Traduttore Universale, il toroide di clorite che da millenni veniva usato per convertire i segnali di comunicazione di qualunque forma cosciente, direttamente in pensieri, suoni, immagini, comprensibili agli Andromediani.

La cosa in sé non sarebbe stata grave, fintanto che nessuno, su Sol III, si fosse reso conto della reale funzione del Traduttore. Ma la tecnologia utilizzata per la sua realizzazione era troppo evoluta per sfuggire ad una attenta analisi. Anche se allo stato attuale, su Sol III , erano ancora molto primitivi, c'era sempre il rischio che qualcuno scavasse in profondità.

Fortuna che quelle creature avevano una tendenza sistematica ad attribuire un valore estetico agli oggetti. Avrebbero continuato a pensare che il Traduttore fosse un semplice ornamento, un monile, ancorché di pregevole fattura, piuttosto che uno strumento operativo con una ben precisa funzione.

Fu così che gli Andromediani decisero di non intervenire per recuperare il Traduttore perduto, confidando nella ottusità di chi lo aveva ritrovato.

E fino ad oggi hanno avuto ragione.

 

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