Gen 9

La Vera Storia di Vin-Census (24): UN MESTIERE, DUE STRUMENTI, DIECIMILA ANNI DI STORIA

Una storia che parte da lontano e arriva fino ai giorni nostri seguendo un unico filo conduttore, quella che ci racconta questa volta il nostro amico Vin-Census...

 

grano2Probabilmente sono nata insieme all’uomo o subito dopo che si era alzato sulle zampe posteriori. Ma anche insieme alla donna, ovviamente. Non so chi dei due abbia avuto l’idea di raccogliere quella pietra tagliente e usarla per smuovere la terra, per scavare dei buchi e dei solchi e per infilarci dentro quei semi di grano con cui si faceva il pane. Sicuramente è stata lei a lisciare meglio la pietra, a legarla strettamente a un rigido bastone per non doversi chinare e per lavorare più velocemente e con meno fatica. D’altra parte era lei che strappava le spighe mature, schiacciava i semi, li impastava con l’acqua e metteva il composto finale a cuocere sul fuoco.

Era quindi ovvio che il mio nome fosse femminile. Non mi ricordo certamente come veniva pronunciato e, in seguito, scritto. So soltanto che significava la stessa cosa di oggi. Ero e sono semplicemente una zappa. Quanti solchi ho scavato su tutti i tipi di terra. Anche se dovevo colpirla, rivoltarla, spaccarla quando era troppo resistente, ci siamo sempre voluti bene. Era una femmina come me, capace di sopportare il dolore, la fatica, la sofferenza, senza farsene accorgere.

Era soprattutto una madre, come tutte quelle donne che mi usavano e mi usano ancora. La madre terra, il regalo più grande per l’essere umano. Mentre i maschi facevano la guerra, pensavano al potere, al guadagno, io sentivo le mani stanche delle loro donne che mi alzavano e mi abbassavano per colpire con amore e passione il suolo, da dove sarebbe nato il nutrimento per i soldati, i comandanti, gli imperatori, ma soprattutto per i loro figli, qualsiasi lavoro facessero.

zappaForse proprio per questo la terra non me ne ha mai voluto e si è lasciata violentare dalla mia frenesia. Sentivo palpabile il legame che univa le mani che mi tenevano stretta e quella polvere o quel fango o quella roccia che colpivo senza sosta. Ho conosciuto anche le mani dell’uomo, quando ha capito - o è stato costretto a capire - che lavorare la campagna era obbligo anche del maschio. Non tutti erano soldati e i padroni avevano bisogno di pane, di verdura, di polenta e di molte altre cose che nascevano dalla terra.

Ho faticato a lungo per cibare i “signori” prima di sfamare chi mi maneggiava. Ho sentito piangere bambini affamati, donne disperate e uomini stravolti dalla fatica. Ma ho dovuto continuare senza un lamento e la terra non si è mai ribellata. Prima o poi saremmo tornati a un mondo più giusto, come quello degli esseri primitivi delle caverne, quando l’intelligenza e il potere erano ancora troppo deboli. Alla fine, gli uomini e le donne riuscirono a svincolarsi dai legami della schiavitù e a faticare per loro stessi. Il sudore era lo stesso, la stanchezza anche maggiore, ma il raccolto era loro, soltanto loro e dei loro cuccioli.

Io rimasi sempre la stessa, testimone di gioie e dolori, di pianti e di risa. Ero sempre presente dove c’era terra da smuovere e da coltivare. Nelle nebbiose pianure, nei monti quasi sempre innevati, nelle paludi malsane, nelle colline baciate dal Sole. Negli immensi campi di cotone in cui il mio movimento era modulato dagli strazianti canti dei neri, nelle terrazze scoscese dove il riso dava un po’ di vita e speranza a un popolo sempre troppo numeroso, nei campi di granturco, nei frutteti e nelle vigne.

vigna-zappaLe vigne. Che meraviglia sapevano e sanno far nascere. Non per niente anche quella pianta è una femmina, come me e la terra: la vite. Femmina è anche il frutto che raccoglie nei suoi grappoli il sudore di un anno e tutte e quattro le stagioni, dalla neve dell’inverno, al tepore della primavera, al Sole impietoso dell’estate, alla melanconia finale dell’autunno. L’uva non è, però, solo un frutto femmina, ma una madre amorevole che produce un figlio stupendo, compagno di sempre dell’uomo e della donna.

Sì, lo so, il vino è maschile ed è giusto che sia così. Esso non ha la nostra pazienza, la nostra serenità, la nostra sopportazione. Lui è vigoroso, scalpitante, pronto a combattere e a comandare. Subisce trasformazioni dettate dall’impeto, dalla voglia di emergere, ma è anche un figlio debole e bisognoso di affetto. Dopo le prime esternazioni giovanili ha bisogno di luoghi tranquilli dove riposare e calmarsi. E allora si rifugia nelle calde botti, nelle barrique, e, infine, nelle accoglienti bottiglie. Proprio lì esprime tutto se stesso, col tempo e l’amore della nuova madre che lo accoglie nel suo seno, in attesa di venire stappata e di allietare un’altra femmina: la tavola.

Io ne sono contenta e penso alla dura lotta che abbiamo vissuto insieme, fin dalla notte dei tempi. E sono anche capace di pensare e di riflettere. Oggi, il vino è legato indissolubilmente ai suoi grandi artisti. Molti sono uomini e le donne stanno solo iniziando adesso a fare la loro comparsa in questo mondo così splendido e spesso travisato. Eppure, non riesco a pensare solo a queste donne, attrici ormai celebri e acclamate. Rileggo il mio passato e scorgo tante altre donne che mi sono state vicine, nascoste e dimenticate. E non parlo delle “femmine” che ho nominato in questo breve monologo. No, penso alle vere donne che hanno aiutato, sopportato, accudito, nutrito gli uomini del vino. Penso alle madri, alle figlie, alle sorelle e a molte altre figure appena abbozzate ma reali e vive.

Quante storie ho visto che rimarranno nell’oblio, offuscate e accecate dallo splendore luminoso del vino e dei suoi artefici. Le vorrei raccontare e questo è forse il luogo migliore. Non ci vuole molto. Basta cercare, leggere i volti, sentire frasi appena sussurrate, comprendere gli sguardi e tutto diventa semplice e leale. I maestri del vino e i loro capolavori non sono maschi egoisti e dispotici. Anch’essi accarezzano quotidianamente la ruvida bellezza della terra. Capiranno e sorrideranno contenti, lieti di dare spazio alle donne che li hanno accompagnati, li accompagnano e li accompagneranno per sempre. Io sono fiera di essere ancora usata da loro, anche adesso dopo tanto tempo, tante guerre, tanta tecnologia, tanta modernità. Mi sento parte integrante, al pari della terra, dell’uva, della bottiglia di una cultura millenaria che non potrà mai avere fine.

Nella mia semplicità  e ingenuità mi lascio sovente trasportare da un pensiero che mi rende felice. Ne parlo spesso con l’amica terra, quando sono lasciata a riposare contro un muro scrostato, antico e stanco come il tempo. Attraverso le tendine trasparenti dell’ufficio, riesco a vedere il mio “vignaiolo” seduto davanti al computer che smanetta veloce ed esperto. Le sue mani (anch’esse femminili, non dimenticate!) si muovono rapide e sicure come quando mi afferrano forti e sapienti.

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E allora gioisco e mi commuovo pensando che solo chi è vissuto a contatto della madre terra può dire a voce alta e orgogliosa di sapere usare la zappa e il computer:

diecimila anni di storia in un unico mestiere.

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