17/05/19

I Racconti di Vince e Mau: IL TEMPO E' MIO E ME LO GESTISCO IO

Sul fatto che il tempo sia relativo, dubbi non ce ne sono! Ce l'ha spiegato bene Albertino più di cento anni fa e le conferme sperimentali abbondano. Ma fino a che punto sia relativo, forse ancora nessuno lo sa. Forse...

MY TIME IS MY BUSINESS (il tempo è affar mio)

(di Maurizio Bernardi)

Lo spot pubblicitario imperversava da qualche giorno su tutti i canali TV.

Un messaggio assolutamente impenetrabile: un orologio da polso esibito da un tizio con un ammiccante sorriso a trentadue denti e una scritta in sovraimpressione: “il tempo è mio e me lo gestisco io”, non molto originale per la verità, evocando  un famoso slogan femminista del sessantotto.

L'orologio era assolutamente anonimo, nessuna marca in evidenza, nessun numero verde per poterlo acquistare, nessuna indicazione del prezzo di vendita. Insomma, una cosa davvero irritante.

Quando iniziò a circolare l'hashtag “macherazzadiorologioè?” fioccarono le ipotesi più assurde: chi ipotizzava si trattasse della pubblicità di una agenzia di collocamento per lavori part-time, chi temeva fosse un messaggio dell' INPS per incentivare il prepensionamento a fronte di  riduzioni della retribuzione pensionistica; solo pochi erano convinti che reclamizzasse davvero un particolare orologio con eccezionali caratteristiche tecnologiche.

Dopo qualche settimana di martellamento pubblicitario, sotto la scritta iniziale apparve anche un indirizzo internet:  www.mytime.is.mybusiness.com che fu subito sommerso da una marea di accessi.

Nel sito non si diceva quasi nulla di più, ma si poteva fissare un appuntamento con un rappresentante che avrebbe illustrato le grandi opportunità offerte dalla casa produttrice del fantastico cronometro “Mytime”.

Amintore Galeffi non aveva mai amato i rappresentanti, quelli che ti vendono l'aspirapolvere con una miriade di accessori che non userai mai, o la macchina per fare le ciambelle col buco in casa, eccetera, eccetera; ma questa volta non seppe resistere alla tentazione e, pur di venire a capo della faccenda, si risolse a chiedere la visita del rappresentante di quella stravagante ditta.

All'ora convenuta, ovviamente con una precisione cronometrica, il citofono squillò e Amintore si accinse ad aprire la porta. Il rappresentante era una distinta signora di mezza età che si presentò con un rassicurante “Buongiorno, signor Galeffi,  mi chiamo Gisella Nesi, rappresento la Mytime, a cui ha chiesto di ricevere la mia visita” esibendo un documento aziendale di riconoscimento con nome e fotografia. Certo molto meglio dell'irritante  “Salve!   sono Xy...” che ormai era diventato il  saluto standard, spigliatamente sciatto, della società “moderna”, assieme al vezzo di rivolgersi con il tu a grandi e piccini, senza alcuna discriminazione, con un conformista anticonformismo.

Amintore strinse la mano alla signora Nesi e la fece accomodare nel salottino.

“Prima di presentarle le caratteristiche del prodotto, vorrei porle alcune brevi domande riguardo la sua esperienza con il Tempo. Le è mai capitato di scoprire che in realtà fosse più presto di quanto pensava? Per esempio: quando in autunno si torna all'ora solare, alla mattina uno si sveglia e di colpo si ritrova un'ora in più. Se non se lo ricorda subito, quando se ne rende conto è come se quell'ora venisse vissuta una seconda volta...”

“E' vero, mi è successo anche l'autunno scorso. Una sensazione molto piacevole, devo dire, Ricordo che quell'ora me la sono goduta come fosse un regalo inatteso. Era mattina presto e, avendo scoperto di poter disporre di quel tempo extra, mi sono preparato una ricca colazione all'inglese con uova e bacon che mi sono gustato con tutta calma, invece di un semplice caffè di corsa, come al solito. Mi ha fatto venire in mente  anche quella volta che ho scoperto, sepolta in un angolo della cantina, una cassa di 12 bottiglie di ottimo Nebbiolo, dimenticato per anni e magnificamente invecchiato".

La signora Nesi sorrise compuntamente e proseguì “Ecco, il punto è proprio questo: godersi qualcosa che si è messo da parte, quasi inconsapevolmente, e che ci ritroviamo come un dono del destino. Il nostro prodotto, questo orologio particolare, le offrirà esattamente questo servizio.”

Amintore osservò attentamente l'orologio che era comparso tra le mani della rappresentante. Aveva un aspetto molto normale, anche se di piacevole fattura.

“E… come funziona?"

“Vede, invece di segnare le ore con precisione, in un momento imprevedibile, inizia  ad andare più veloce, indica un'ora leggermente anticipata. Nel giro di due o tre giorni avrà accumulato, piano piano, un anticipo di un'ora. A quel punto  scatterà indietro di quell'ora e lei scoprirà di avere un'ora in più nella sua vita. Il resto del mondo è rimasto indietro di un'ora, se vuole vederla così. Il tempo è tutto suo. Quello che farà in quell'ora, come se la vivesse una seconda volta, dipende da lei.”

“Quindi, in un mese potrei trovarmi una decina di volte con questa ora extra...”

“Esattamente. Il consiglio che diamo ai nostri clienti è quello di assaporare fino in fondo questa condizione, non certo dormendo, ma usando quel tempo per qualcosa di speciale, rilassandosi piacevolmente e in piena consapevolezza.”

Amintore si fece pensieroso, rifletteva su quante volte, sotto la pressione esterna di tutti coloro che lo circondavano, aveva dovuto rimandare o rinunciare a cose che gli sarebbe piaciuto fare. Adesso avrebbe avuto un tempo tutto suo. Un ritmo leggermente più veloce, compensato da momenti di pace che nessuno avrebbe potuto turbare. Dieci ore libere al mese, come un salvadanaio da poter svuotare senza rendere conto a nessuno.

“Devo ammettere che l'idea è interessante. Ma quanto costa questo orologio?”

“Non è in vendita, signor Galeffi, lo può avere in abbonamento per un anno a soli 100 Euro, rinnovabili di anno in anno a sua discrezione. In fondo per 120 ore libere, non è molto...”

“Ma il funzionamento è garantito, vero?”

“Certamente, l'orologio è garantito per il funzionamento che le ho descritto ed è quasi impossibile che non funzioni nel modo programmato. In ogni caso, se si dovesse guastare e si mettesse a segnare il tempo con precisione, come tutti gli altri orologi, avrà diritto alla sostituzione immediata o se preferisce, al rimborso totale.  Ma vedrà che non succederà.”

“E se volessi avere una quantità di tempo maggiore? Magari due ore invece di una sola?”

“E' una richiesta che abbiamo ricevuto da molti altri clienti... Tecnicamente è una cosa possibile, ma noi della Mytime la sconsigliamo. Superare quel limite  di un'ora potrebbe creare una dipendenza. Intanto ecco il contratto per il primo anno, nel caso decida di sottoscriverlo le consegnerò immediatamente il suo Mytime...”

Amintore Galeffi impugnò la biro che la signora Nesi gli porgeva e siglò il contratto con un entusiasmo che non si curò di mascherare. Si sfilò dal polso l'orologio e lo sostituì con il nuovo acquisto. La rappresentante gli porse la copia del contratto, le istruzioni di utilizzo, la garanzia e si accomiatò dal cliente con una stretta di mano finale.

La pubblicità in TV proseguì ancora per alcune settimane, durante le quali Amintore riuscì a godersi con grande soddisfazione il ritmo asimmetrico del tempo, creato dal suo orologio. Come lui molte altre persone riuscirono a ritagliarsi ore di vita “replicate” con quella curiosa strategia.

Solo verso l'autunno, dopo che un sito internet aveva pubblicato le istruzioni per modificare a piacere, in tutta autonomia,  la quantità di tempo accumulabile con Mytime, cominciarono a presentarsi i primi problemi.

Il sincronismo perfetto con cui la società aveva marciato per secoli si incrinò. Il tempo che la gente si accaparrava, per isolarsi nel proprio mondo, era in costante aumento  con una distribuzione probabilistica che mal si accordava con la necessità di far funzionare tutti i servizi. Ognuno aveva scelto il proprio ritmo temporale, sganciato da quello degli altri. Dal tempo assoluto si era passati al tempo arbitrario, soggettivo, personale, proprio come suggeriva lo slogan: “my time is my business”.

E così divenne un'impresa impossibile far partire un mezzo di trasporto in orario, rispettare un orario di lavoro, far funzionare un gps o una catena di montaggio.

Non fu possibile in alcun modo arginare il fenomeno, neppure con incentivi economici per chi avesse rinunciato all'orologio Mytime.

In pochi anni il mondo piombò nella totale anarchia: crollarono imperi economici e tutto il sistema dei trasporti e delle comunicazioni, della produzione e della distribuzione... il tempo per lavorare aveva ceduto il passo al tempo per quelli che una volta si chiamavano hobby e che ormai erano diventate le uniche attività umane.

Ma un'isola felice, un'oasi di tranquillità nel mare in tempesta del tempo relativo, un baluardo del rassicurante passato era rimasta. Quel luogo senza tempo (nel senso che lì il tempo non aveva mai avuto alcuna importanza), non era stato minimamente toccato dalla rivoluzione e dal caos, e tutto continuava a funzionare (si fa per dire) come sempre aveva funzionato... l'unico indizio dell'onda del cambiamento che aveva solo sfiorato quel luogo diventato magico, era il nuovo motto che campeggiava sopra gli austeri scranni, che aveva sostituito il precedente ormai obsoleto...

 

tribunale2

 

 

LA VENTICINQUESIMA ORA

(di Vincenzo Zappalà)

Sergio era un uomo veramente indaffarato. Il tempo non gli bastava mai. Alla mattina si alzava prestissimo per dedicarsi ai lavori di casa: era “single” e lo sarebbe sicuramente rimasto per sempre. Si preparava una veloce colazione e poi via al Centro di ricerca che distava più di trenta chilometri da casa. Purtroppo il suo stipendio appena decente non gli bastava per trasferirsi più vicino al posto di lavoro, che era localizzato nei pressi di una zona residenziale abitata da ricchi industriali e professionisti. Molti degli scienziati da cui dipendeva vivevano lì, ma il suo diploma non gli avrebbe mai permesso di fare carriera scientifica e si doveva accontentare di eseguire esperimenti di routine banali e ripetitivi e di tenersi ben stretto il piccolo appartamento lasciatogli in eredità.

Le ore passavano velocemente al Centro di astrofisica che stava diventando uno dei più rinomati al mondo. Arrivavano sempre nuovi ricercatori di nazionalità diversa che vedevano negli studi d’avanguardia che si svolgevano nel laboratorio un trampolino di lancio per una carriera brillante. Sergio cambiava spesso reparto e anche responsabile. Nel giro di dieci anni era passato dallo studio delle particelle sub elementari scoperte nell’acceleratore di Bisone-Macchia, alla simulazione in 3D dei Buchi Neri di Tephanoff, dalla elaborazione dei dati provenienti dalla prima singolarità bi-temporale scoperta nell’alone di materia oscura della galassia a forbice di Mac Kerington al conteggio estenuante e infinito dei proto-quasar opachi. E molte altre cose ancora.

Il suo compito era però sempre e soltanto quello di assistere i ricercatori, di eseguire prove di laboratorio o, al limite, di far “girare” programmi di simulazione, scritti ovviamente da menti superiori. Lui sapeva dentro di sé di valere molto di più, ma il suo carattere schivo e insicuro lo faceva restare in una triste penombra. Comunque, nessuno pretendeva altro da lui, un ottimo tecnico, svelto, rapido, ma pur sempre un “tecnico”. Eppure, molte volte, riusciva a comprendere lo scopo di quelle ricerche d’avanguardia. Capiva anche i problemi che gli esperimenti, eseguiti fedelmente ma prestabiliti dagli scienziati, cercavano di risolvere. Un paio di volte si era accorto di avere anche anticipato la risposta che aveva in seguito riempito di gioia e orgoglio i suoi responsabili. Ma mai e poi mai avrebbe osato dirlo apertamente e si teneva tutto per sé con una specie di strano compiacimento misto a tristezza melanconica.

Non era invidioso, ma solo frustrato da una continua limitazione di cui non dava colpa a nessuno. Il lavoro però era per Sergio qualcosa di ben diverso che seguire indicazioni e obbedire a ordini. Lo appassionava veramente e poco alla volta si era creato una sua linea di ricerca del tutto personale. Non aveva le basi fisiche per comprendere le sue fantasie mentali, ma sentiva in qualche modo che potevano essere spiegate se solo avesse avuto le conoscenze specifiche. Non era una vera teoria, ma piuttosto una sensazione che collegava, in modo a volte razionale e a volte completamente illogico, tutte le informazioni che aveva recepito nei suoi continui cambiamenti di gruppo di ricerca. Era passato dalla micro-fisica applicata all’evoluzione dei fenomeni più energetici del Cosmo, saltando da un campo all’altro senza nessun filo portante. Eppure doveva esserci qualcosa di logico che li collegava. Qualcosa di estremamente semplice e intuitivo. Qualcosa che gli avrebbe permesso di ottenere il risultato che gli frullava nel subconscio. Solo che la sua preparazione non gli permetteva di comprenderlo: tutto lì. Ogni tanto prendeva anche appunti di nascosto, fotocopiava formule, duplicava immagini senza un vero motivo. Però sentiva che doveva farlo.

Alla sera era uno degli ultimi a lasciare il laboratorio perché la sua serietà e accuratezza gli facevano fare spesso straordinari. Era uno dei tecnici più richiesti e molti cercavano di inserirlo nelle proprie equipe. Prima di raggiungere il suo modesto appartamento si fermava a comprare il pane e qualcosa da mangiare, anche se il più delle volte si limitava a cibi surgelati e precotti. Mangiava di corsa e poi poteva finalmente cominciare. La stanchezza spariva improvvisamente e Sergio si dedicava alla “sua” ricerca. Non sapeva quale fosse né che cosa volesse ottenere, ma studiava, analizzava, collegava formule, esperimenti e immagini. Prima o poi non solo avrebbe capito cosa cercava ma l’avrebbe anche ottenuto. Bastava avere tempo, quella maledetta cosa che gli sfuggiva continuamente fra le mani. Quel pensiero sembrava per un momento aprirgli orizzonti sconosciuti che poi si richiudevano improvvisamente.

Aveva imparato a dormire solo tre ore per notte. Non era stato facile. Aveva cominciato con sei, poi cinque, quattro e adesso era a tre. Sicuramente sarebbe arrivato a due, ne era certo. Il tempo era troppo veloce e lui ne voleva molto di più. Ma bastava volerlo? Si, forse, bastava volerlo…

Tutto capitò in una notte di maggio, quando il profumo dei tigli riusciva a giungere fin dentro la città e al suo appartamento al settimo piano. Sergio stava arrivando alle due ore di sonno. L’orologio segnava le 3 del mattino. Alle 5:30 sarebbe suonata la sveglia. Ancora uno sforzo. Nello stesso momento in cui guardò l’orologio pensò fortemente al tempo che passava. Bastava volerlo, bastava volerlo e Sergio lo volle come mai in precedenza.

Le lancette si fermarono, il fischio del treno che passava in lontananza sembrò fossilizzarsi. Lui però continuava a muoversi e pensare. Guardava quelle formule che stavano prendendo una luce diversa e semplicissima. Nello stesso momento comprese tutto e ottenne il risultato, il SUO primo risultato. Sapeva perfettamente cos’era successo e per la prima volta nella sua vita rise di gusto. Nessuno poteva sentirlo. E si mise a scrivere, a fare calcoli, disegnare grafici con estrema facilità, addirittura fischiettando. Poi intuì che era il momento. Guardò l’orologio e vide che aveva ripreso a muoversi. Il treno smise di fischiare.

fermatempo

Sergio andò a letto e fece un sogno breve ma bellissimo. La mattina dopo andò a lavorare sperando per la prima volta che il tempo passasse in fretta. Avrebbe atteso, lavorando e vivendo normalmente, la sua venticinquesima ora. E poi avrebbe ottenuto anche la ventiseiesima, la ventisettesima, la duecentonventiquattresima. Forse l’infinito…

 

Tutti i racconti di Vince e Mau sono disponibili nella rubrica ad essi dedicata

Lascia un commento

*

:wink: :twisted: :roll: :oops: :mrgreen: :lol: :idea: :evil: :cry: :arrow: :?: :-| :-x :-o :-P :-D :-? :) :( :!: 8-O 8)

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.