Feb 19

I Racconti di Vince e Mau: DIAVOLI e DEMONI

Non c'è niente di meglio di due raccontini di quei simpatici "diavoletti" che sono i nostri Vince e Mau, per trascorrere qualche minuto di relax in compagnia della loro consueta leggera ma "terribile" ironia.

Buona lettura e buona domenica a tutti!

 

LA PISTA NERA

Luca Bistagni era davvero un poco di buono. Nell’ambiente degli affari era chiamato “il bastardo” per la sua freddezza e per la mancanza assoluta di qualsiasi sentimento di umanità. Sarebbe stato capace di rubare le caramelle ad un bambino se solo avesse avuto un minimo tornaconto. Più di una volta aveva ridotto sul lastrico persone che avevano il solo torto di essere un po’ ingenue, costringendone alcune anche al suicidio. Non era mai stato condannato, in quanto sapeva molto bene giocare sul filo del rasoio ed avere sempre qualche cavillo dalla sua parte. Non aveva ovviamente amici, né si era mai curato di avere una famiglia. Il suo unico interesse era accumulare soldi e soprattutto beffarsi dei suoi simili. Lo faceva quasi con gioia e più li vedeva soffrire e più ne traeva piacere.

Non sapeva nemmeno cosa fare del denaro guadagnato, non avendo interessi se non quello del raggiro e della frode “legale”. Un vero artista nel suo campo e di una malvagità senza limiti. Si era sempre ben guardato dallo schiacciare un cane o un gatto con la sua automobile, ma solo e soltanto per non rischiare di sporcarla. Non certo per pietà. Quella era una parola al di fuori dal suo vocabolario e poco importava se la vittima fosse un povero o un ricco, un bambino o un adulto.

In realtà, al di là della perversione, una piccola passione Luca ce l’aveva: amava moltissimo sciare ed era anche molto bravo, sebbene avesse imparato da solo. Spendeva quindi le sue uniche brevi vacanze in montagna, durante l’inverno. Si alzava molto presto la mattina ed era sempre il primo a recarsi sulle piste cercando la solitudine più completa. Un giorno di gennaio decise di affrontare il tracciato più difficile dell’intero arco alpino, una pista “nera” poco conosciuta, ma di cui aveva letto una recensione eccitante. Lunghissima e con pendenze micidiali era stata sempre il suo sogno, ma non aveva mai avuto il coraggio di rischiare. Quella mattina si decise. Si sentiva particolarmente in forma e pieno di vigore. Aveva appena concluso un affare miliardario raggirando una comunità che aiutava gli orfani, riducendola sul lastrico.

Fu il primo a salire in seggiovia ed il primo a imboccare la terribile discesa che sembrava un imbuto stretto e ripidissimo. La neve era splendida e fece le prime curve con grande maestria, superando agevolmente “muri” da brivido. Il tracciato continuava in un bosco fittissimo e la pendenza sembrava aumentare sempre di più. Affrontò un tratto che sicuramente andava ben oltre il 75%. Non pensava che potessero esistere piste di tale difficoltà, ma comunque non poteva fare altro che continuare e poi era veramente elettrizzato. La pista tendeva a stringersi e dopo una lunga curva ad “S” si trovò di fronte ad un muro praticamente impossibile. La pendenza sfiorava la verticalità. Si fermò e pensò come avrebbero mai fatto le lamine dei suoi sci a fare presa su quella voragine. Sapeva che era classificata come difficilissima, ma una cosa del genere sfiorava l’assurdo. Eppure i segni ai lati del tracciato indicavano chiaramente che non aveva sbagliato strada.

Per la prima volta in vita sua ebbe paura e si augurò che arrivasse qualcuno se non altro per non sentirsi così solo davanti al baratro. Tornare indietro nemmeno a parlarne. Aveva già fatto parecchi chilometri e non aveva visto vie d’uscita. Anzi il bosco sembrava sempre più fitto ed intricato e non sarebbe certo riuscito a farsi strada fra i rami contorti. Alla fine, in preda al terrore, si lanciò nella terribile discesa. Praticamente fu una lunga scivolata, ma le lamine dei suoi sci riuscirono a frenare almeno parzialmente quella specie di salto nel vuoto e si ritrovò in fondo ansimante e tremante ma ancora in piedi e soprattutto sano e salvo.

Ebbe bisogno di qualche minuto per riprendersi. Si sentiva una specie di eroe ed attese con impazienza che i primi sciatori affrontassero quell’incubo. Era sicuro che ben pochi sarebbero passati indenni e sentì il piacere freddo che provava normalmente quando vedeva soffrire gli altri. Ma nessuno apparve. Accidenti si sarebbe perso il gusto di qualche rovinosa caduta magari letale. Pazienza. Ora doveva proseguire. Il paesaggio intorno a lui era veramente spettrale. Gli alberi formavano un muro impenetrabile e la pista ora strettissima si incuneava tra di essi lasciando giusto il passaggio per gli sci. Non c’era lo spazio per curvare ed era costretto a proseguire a sci uniti, prendendo una grande velocità. Si augurò che non ci fossero più muri come quello precedente.

Le difficoltà erano un po’ scemate e cominciò a pensare a quanto lunga fosse quella terribile pista. Aveva iniziato circa 30 minuti prima e malgrado i rallentamenti e le piccole fermate sembrava un tempo enorme. Che dislivello poteva mai avere. Eppure i segnali continuavano ad indicare la giusta direzione.

Superò altri muri molto difficili, altre curve ed altre strettoie, ma della fine nemmeno l’ombra. Che assurdità era mai questa? Non poteva esistere una pista così lunga. Poi gli si parò di fronte un muro quasi simile all’incubo precedente, anzi forse perfino più ripido. Alla fine di esso però intravide la partenza della seggiovia. Finalmente! Ancora uno sforzo e poi l’avventura sarebbe finita. Si buttò nel vuoto con grande paura ma anche con la speranza di poter dire da lì a poco di essere riuscito in un’impresa epica. Ce la fece anche se con alcuni momenti di panico puro. Riuscì a rallentare e sentì salirgli il grande piacere della conquista.

Assaporò il momento in cui avrebbe ripreso la seggiovia e attese lo sguardo di stupore ed ammirazione che avrebbe avuto il manovratore di fronte alla sua bravura. Si rimise in sesto e scolpì sul suo volto il solito ghigno freddo ed altezzoso. Nel momento in cui varcò l’ingresso della seggiovia guardò per l’ultima volta con orgoglio il cartello nero che l’aveva accompagnato lungo il percorso appena compiuto: “PISTA DEL DIAVOLO, SOLO PER SCIATORI PIU’ CHE MERITEVOLI”.

Proprio davanti a lui il manovratore stava ridendo a crepapelle arrotolando la lunga coda e dondolando la testa coronata da due acuminate corna. Il tridente lo spinse all’interno. Era proprio vero: solo chi se lo meritava veramente riusciva a terminare quella terribile discesa.

(Vincenzo Zappalà)

 

 

LA CODA DEL DIAVOLO

Juan Felipe non era spagnolo, né sudamericano. Di cognome non faceva Escobar o Villalobos, ma Ferrarotti ed era nato a Cuneo.

Il motivo di quel nome da telenovela stava appunto nel fatto che la madre era una assidua ed insaziabile spettatrice di quelle interminabili serie televisive e non le era parso vero di battezzare con quel nome il bimbo che aveva portato in grembo tra la puntata 3.224 e la 3.405 di “Amore gitano”.

C'era una sola cosa che Juan Felipe odiava più del suo ridicolo nome: fare la coda, aspettare che qualcosa, fuori dal suo controllo, avvenisse secondo cadenze e ritmi  che gli erano estranei. Sentiva lo scorrere inutile del tempo in quelle attese snervanti. Il treno che ritarda, la sala di aspetto dell'ufficio postale piena di gente, le code alla cassa dei negozi, insomma tutto ciò che toglieva preziosi e irrecuperabili minuti alla sua esistenza, senza alcun ritorno, senza il minimo profitto.

Per ironia della sorte la sua vita era quella di migliaia di pendolari, tra autobus e treni, due volte al giorno per andare prima a scuola e poi, negli anni successivi, al lavoro.

Alla stazione di Cuneo, la maggior parte delle volte, il treno arrivava e partiva in ritardo. Quasi sempre perdeva la coincidenza più favorevole con l'autobus e una ulteriore attesa si sommava alla prima.

Quella mattina una leggera foschia riempiva lo spazio sopra i binari lasciando sospesa la speranza dell'arrivo del treno, in quella dimensione indeterminata che solo la nebbia sa creare.

L'uomo in divisa da ferroviere lo stava osservando con insistenza, come fosse in procinto di rivolgergli la parola. Ma fu lui il primo a parlare. “Possibile che ogni giorno ci siano ritardi? Ma che razza di servizio è mai questo?” Chiese stizzito al ferroviere.

“Lei ha ragione signore, ma il personale è insufficiente, sa.. con gli ultimi tagli basta che si ammali un macchinista e si scatena il caos su tutta la linea.  Non ci sono rimpiazzi.”

“ E noi dobbiamo aspettare come stupidi!”

“ Certo, l'attesa è noiosa, frustrante, ma ormai si aspetta per qualsiasi cosa, lo ha notato?”

“Vero, code da ogni parte. Le odio!”

“Già, non c'è rimedio. O meglio, il rimedio ci sarebbe....”

“Davvero? E come?”

“Vede io...come dire...potrei fare molto nel suo caso. Certo non è una cosa per tutti, ma nel suo caso...”

“Nel mio caso, cosa?”

“Qualcosa potrei fare, se solo, un domani, potesse ricambiarmi con una bazzecola, votando per me invece che per il mio antagonista. Sa, è una questione politica, piuttosto complicata da spiegare in dettaglio, ma il concetto è che lei dovrebbe stare dalla mia parte, Capisce?”

“No, veramente non capisco cosa dovrei fare ma, come posso credere che lei, scusi, una persona qualsiasi, abbia il potere di non farmi aspettare, di non farmi fare le code, come tutti?”

“ Oh... se ne accorgerà subito, vedrà. Intanto... sente questo rumore? E' il suo treno che sta arrivando...”

Juan Felipe si accorse che, effettivamente, il treno stava emergendo dalla nebbia, nonostante l'entità del ritardo annunciato fosse ben superiore.

“Va bene, proviamo, anche se mi sembra una cosa ridicola. Se non farò più code le garantisco il mio appoggio per le sue faccende.

Ma quando si voltò il ferroviere era scomparso.

Quel giorno non perse la coincidenza, la macchinetta del caffè era libera quando fece la pausa a metà mattina, ed era libero anche il bagno, e in mensa, pur arrivando alla solita ora, non c'era nessuno davanti a lui, contrariamente a quanto accadeva di solito. Il treno della sera arrivò puntualissimo.

Il giorno seguente, sabato, grande folla al supermercato. Ma al banco del pesce, quando si avvicinò, non c'era nessuno. A quello della gastronomia una signora gli porse il suo biglietto numerato dicendogli “Lo tenga lei, sarebbe il mio turno ma ho dimenticato il portafogli in macchina e devo andare a prenderlo subito”. Quandò arrivò alle casse però la fila c'era. Pensò: ecco, le coincidenze favorevoli sono finite, torniamo alla realtà. Ma proprio in quel momento una cassiera lo tirò per la manica dicendogli: “Venga, sto per aprire la cassa di fianco, non stia a fare la coda, mi segua”.

Così Juan Felipe, giorno dopo giorno, scoprì che quando si avvicinava ad un semaforo, in auto, in bicicletta o a piedi, scattava immediatamente il verde. Aveva anche provato ad avvicinarsi senza avere la reale intenzione di attraversare la strada, così, per vedere cosa succedeva. Ebbene il verde scattava anche a quelle sue “finte”, come se al semaforo non importasse un bel nulla (e forse era proprio così) che lui attraversasse o meno. Semplicemente obbediva ad una sorta di ordine che derivava unicamente dalla sua vicinanza.

Una volta aveva dovuto andare all’Agenzia delle Entrate per ottenere un rimborso su una tassa pagata in eccesso. Il salone era pieno di gente in attesa. La macchinetta emettitrice di scontrini numerati, per il servizio agli sportelli, gli sputò fuori un numero sconfortante con la previsione di decine di utenti da servire prima di lui. Proprio allora sul tabellone degli avvisi si mise a scorrere  una scritta:

Il sistema telematico verrà riattivato appena possibile. Si prevedono ritardi per tutta la mattinata nella erogazione dei servizi.

Come obbedendo ad un comando, le persone presenti si alzarono e borbottando se ne uscirono tutte dal grande salone. Rimase solo lui a leggere la scritta scorrevole che però adesso diceva:

Il servizio è ora riattivato, facendo seguire il numero chiamato allo sportello: il suo numero.

Felipe era molto soddisfatto. Aveva anche preso a scommettere con gli amici che sarebbe riuscito ad essere servito per primo al ristorante, pur essendo arrivato per ultimo, senza nulla chiedere, solo per effetto di un qualche imprevisto evento che avrebbe alterato il regolare svolgimento delle cose. E vinceva sempre. Scommetteva che cambiando coda in autostrada le altre file si sarebbero bloccate mentre la sua sarebbe risultata libera e spedita. E vinceva sempre.

Tutto scivolava via su binari misteriosamente ben oliati: i taxi si fermavano davanti a lui quando gli servivano senza che dovesse neppure chiamarli, gli ingorghi stradali svanivano nel nulla davanti al muso della sua auto, La nebbia che stagnava sugli aeroporti si sollevava di colpo al momento in cui doveva decollare il suo volo. Persino gli scioperi dei piloti venivano revocati all'ultimo istante quando c'era di mezzo lui.

Così quel giorno che il semaforo rimase rosso, all'incrocio che doveva attraversare, gli venne quasi da ridere e, con la spavalderia di una vita intrisa di privilegi esclusivi, passò.

Quindici quintali di metallo, plastica, gomma, e vetro, preceduti dalla stella a tre punte inscritta in un cerchio, lo stesero sull'asfalto,  in modo definitivo e irrimediabile.

Fece in tempo a sentire la voce dell'uomo con il cappello da ferroviere che diceva:  “Juan Felipe, ricordi il nostro patto? Ora è il momento... Certo che se questa mattina avessi trovato solo un po' di coda da qualche parte, non saresti arrivato qui, ora, mentre passava quel camion, ma giusto quei pochi istanti dopo. E poi, cosa ti è venuto in mente di passare con il rosso? Per una volta avresti potuto aspettare. Ma si sa, prima o poi...”

(Maurizio Bernardi )

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Tutti i racconti di Vince e Mau sono disponibili nella rubrica ad essi dedicata

4 commenti

  1. Gianni Bolzonella

    Edgard Alan Poe,vi considererebbe dei colleghi concorrenti,ma Ve lo meritate.Lo sciatore non era cattivo,aveva solo un modo diverso,anticonvenzionale di vivere la sua dimensione,faceva amare,valorizzandola,la bontà,come quando dopo un periodo di siccità,arriva la pioggia.

    Felipe lo sento più vicino,odio le code come lui(penso di essere in buona compagnia),in Italia hanno inventato diavoletti che fanno le code meno esosi,solo qualche spicciolo.In compenso mando volentieri al diavolo chi per mestiere dovrebbe evitare di provocarle.

  2. Daniela

    Sai, Gianni, il tuo commento sullo sciatore mi ha fatto venire in mente ciò che Pier Paolo Pasolini, negli anni '60, diceva a proposito della folla che, per strada, passava accanto a dei poveracci moribondi senza offrire il minimo aiuto, né degnarli di uno sguardo:

    "...la gente passava e non si fermava, qualcuno rideva. Ma è male questo? O non è male il nostro fermarsi a curiosare? Non è detto che il loro silenzio sia mancanza di pietà, forse è una forma superiore di pietà. La pietà di non avvicinarsi, non curiosare..."    (tratto da "Un marxista a New York" dialogo-intervista di Oriana Fallaci, pubblicato su L'Europeo il 13/10/1966)

    Indubbiamente anche questa folla contribuisce a fare apprezzare e valorizzare la pietà...

  3. Gianni Bolzonella

    Cavolo che memoria Daniela!

  4. Daniela

    Grazie, Gianni, grazie di cuore! :-D

    Ma non è memoria, e poi nel '66 non ero ancora nata... è solo che ho letto il libro "Pasolini, un uomo scomodo" non più di un mese fa, in cui è riportato quel bell'articolo!

    Notevole anche la lettera aperta che lei gli scrisse subito dopo il suo omicidio e il resoconto dell'inchiesta condotta da alcuni suoi colleghi de L'Europeo, che smontava la versione ufficiale frettolosamente archiviata come credibile dalla magistratura inquirente e giudicante. Al di là della vicenda personale di Pasolini, uno spaccato di storia del nostro travagliato Paese: te lo consiglio senz'altro!

     

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