09/04/21

Dante-Riemann-Einstein: Dio e il Big Bang (3B) - I trobadori *

Ci uniamo alle celebrazioni del settecentenario della morte di Dante Alighieri, riproponendo un progetto di cui andiamo molto fieri, nel quale letteratura, storia e scienza si intrecciano lungo un intervallo di tempo che va dal medioevo più cupo alla cosmologia più moderna: un entusiasmante viaggio al termine del quale dimostreremo, tramite l'analisi dei suoi stessi versi, la capacità del Sommo Poeta di immaginare una struttura teologica e scientifica ben al di là dei suoi tempi, anticipando di fatto la visione matematica di Riemann e quella fisica di Einstein.

QUI la serie completa pubblicata nel 2018

 

Per compiere il passaggio finale, dai catari a Dante Alighieri, è fondamentale tratteggiare rapidamente la poesia che accompagna il periodo della grande eresia che, seppur massacrata dalla chiesa, si era ormai profondamente permeata nelle menti più alte e lascerà molto a lungo i suoi segni. La Chiesa occidentale poteva cercare di rendere tutti imbecilli e schiavi, poteva uccidere l’intelligenza quando si manifestava, ma non poteva fare niente contro il pensiero intimo di ciascuno. E poco poteva fare anche con il filo continuo di cultura che si stava tramandando, troppo superiore per chi risolveva ogni questione con il rogo.

La stessa visione dell’Universo di Aristotele era stata  a lungo osteggiata dalla Chiesa, ma poi era stata fatta propria senza rendersi conto di quali problematiche avrebbe creato in una mente geniale e al di sopra di dogmi stantii e ben poco credibili.

I trobadori

In concomitanza con la nascita e l’espansione del movimento cataro nasce una forma di poesia tutta particolare, che viene portata in giro per le corti, a volte dagli stessi autori che spesso inseriscono anche la loro musica, che sempre accompagna i testi, a volte da mimi o giullari, facenti, però, sempre parte delle corti. Ovviamente, la lingua non è il latino, lingua ufficiale della chiesa, ma la lingua d’oc, una specie di volgare che si estende proprio nella regione francese dell’Occitania o  Linguadoca.

Nascono, così, i trobadori, dove il termine trobador  ha probabilmente origine dal verbo provenzale trobar, cioè fare poesia, ma non tutti sono pienamente d’accordo. Alcuni studiosi vedono l’origine dei trobador addirittura nella cultura araba e questa ipotesi ben si ricollegherebbe con il tentativo di mantenere l’antica cultura, anche se ben nascosta tra le righe. Questa fantastica produzione poetica ha ufficialmente termine con l’eccidio dei catari stessi, ma la sua influenza va ben oltre e getta le basi per le liriche del volgare  fiorentino  e della scuola poetica siciliana. Si pensa che il primo trovatore fosse un potente Signore Feudale, il duca di Poitiers Guglielmo  D’Aquitania, che visse tra il 1071 e il  1126 , mentre l’ultima lirica (per convenzione ) si fa risalire a Guiraurt  Riquier nel 1291.

Gugliemo IX d'Aquitania, intellettuale, letterato, trobadore, uomo fondamentale del suo tempo. Miniatura XIII sec.
Gugliemo IX d'Aquitania, intellettuale, letterato, trobadore, uomo fondamentale del suo tempo. Miniatura XIII sec.

Questa precisa suddivisione cronologica è stata resa possibile proprio dal fatto che la lirica occitana è strettamente connessa, come già accennato, al mondo feudale delle corti. Il poeta-trovatore risiede a corte e qui  trova la propria collocazione naturale: da qui infatti vengono recuperate le tematiche principali (il rapporto tra il poeta e la donna amata, il legame di rispetto e devozione nei confronti del signore, e così via). I trovatori stessi appartengono a diverse classi sociali, sia potenti signori, sia feudatari di livello minore, sia poeti di origine più modesta e persino giullari, non meri esecutori.

Non solo amore

Una lirica, perciò, del tutto innovativa, slegata da tradizioni popolari e da componenti ecclesiastiche. Una vera poesia d’autore che non poteva non influenzare e stimolare le menti più elevate.

La tematica principale era quasi sempre legata ai rapporti di sudditanza del poeta rispetto alla donna amata. Essa poteva apparire  a volte come creatura perfetta e di conseguenza irraggiungibile o al contrario un essere crudele e spietato. Tuttavia, all’interno di questa simbologia di “facciata”,  molti erano gli spunti che andavano ben oltre: critiche e condanne del mondo ecclesiastico, problematiche sociali, tensioni tra feudi, ma anche libera espressione dei pensieri e dei sentimenti che potevano, probabilmente, sfociare in idee innovative e molto distanti dai dogmi imposti dalla chiesa. Lo stesso modo estremamente accurato di costruire il componimento ne fa capire la valenza indubbiamente superiore. Un modo “letterario” e “poetico” per trasmettere informazioni, idee, visioni, ma anche per mantenere viva, in qualche modo, la tradizione culturale più antica e sempre acceso il dibattito aperto tra uomini di pensiero.

Vi sono moltissime forme poetiche che vanno dai più semplici Ensenhamen, in cui si insegnano le regole della società, ai Sirventes, veri poemi, spesso satirici, che possono trattare temi morali, politici o letterari. Particolarmente stimolanti sono i Partimen dove un trovatore presenta a un altro un dilemma, in forma di domanda che genera una discussione, in cui entrambi esprimono punti di vista personali.  Si sfocia, poi, nella Tenzone  tra due o anche più interlocutori, i quali, esponendo tesi diverse, costruiscono a battute alterne un componimento più complesso. L'uso della tenzone, spesso con caratteristiche comiche e scurrili, penetra  presso gli stilnovisti. Basta ricordare la famosa tenzone tra Dante Alighieri e Forese Donati, scritta tra il 1293 e il 1296.

Una "tenzone" tra trobadori (sec. XIII). Dante ne ha avuta una celebre con Francesco Donati...
Una "tenzone" tra trobadori (sec. XIII). Dante ne ha avuta una celebre con Francesco Donati...

Si dice che essa risalga a un periodo in cui Dante si fosse dato alla vita sfrenata, ricca di bagordi (a cui partecipava forse lo stesso Donati), a seguito della morte di Beatrice.  Che la tenzone fosse soprattutto uno scherzo, un gioco, si deduce dal fatto che Dante ha parole di grande amicizia per Francesco nel XXIII canto del Purgatorio.

Non dimentichiamo poi i Torneyamen, in cui una disputa viene  sottoposta al giudizio  di un altro trovatore. Sono tutte forme che richiamano, in qualche modo, addirittura i dialoghi di Socrate e in cui non è difficile scorgere le radici di ben più famosi dialoghi come quelli di Giordano Bruno e di Galileo Galilei.

In conclusione, una poesia a prima vista abbastanza frivola, anche se portata avanti con grande tecnica e raffinatezza, ma che non può non gettare semi rigogliosi nelle menti elevate e procurarle nutrimento.

Lo stile della poesia trobadorica

Da un punto di vista storico-letterario il collegamento con lo stilnovo e con Dante si fa ancora più manifesto. Infatti, con i trovatori, abbiamo, per la prima volta in Europa, l’introduzione sistematica della versificazione tonico-sillabica, cioè di un modo di fare poesia incentrato sul numero delle sillabe e sulla disposizione degli accenti tonici nel verso. Il verso più illustre della poesia trobadorica diventa così il decasillabo (che sarà modello dell’endecasillabo italiano). A fine verso, troviamo sempre la rima, che diventa un fondamentale elemento ritmico e la cui costanza identifica tratti ben definiti della lirica (la strofa o stanza). Che Dante ami e segua l’occitano è indubbio leggendo quanto egli mette in bocca al tanto ammirato Arnaut Daniel nei canto XXVI del Purgatorio. Il poeta fiorentino, nella sua opera, fa ricorso a solo tre idiomi: l’italiano (lo stil novo), il latino (la lingua della poesia classica) e l’occitano, appunto, in onore dei trobadori che egli riteneva maestri assoluti. Tramite Arnault, recita infatti:

Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!

(Tanto mi piace la vostra cortese domanda,
che non mi posso né voglio a voi celare.
Io sono Arnaud, che piango e vado cantando;
pensoso vedo la passata follia,
e vedo con gioia il gaudio che spero, dinanzi.
Ora vi prego, per quel valore
che vi guida al sommo della scala,
ricordatevi a tempo debito del mio dolore!)

Quanta varietà di stile e argomenti rispetto ai racconti terribili, punitivi, ripetitivi e monotoni dei mostri dei portali romanici o dei sermoni nelle chiese, diretti solo e soltanto a incutere paura più che a elevare i sentimenti del popolo. Fortunatamente (e deve essere detto) coloro che scolpivano queste figure erano di ben altro livello rispetto a coloro che gliele commissionavano e le opere d’arte eccelse nascevano anche in un contesto in cui la mente doveva essere a tutti i costi imprigionata o -ancor meglio- cancellata.

Il genio umano può essere spento, ma la brace cova sempre sotto la cenere (speriamo sia così anche oggi). Grazie ai trobadori il pensiero elevato e libero giunse fino a Dante e al Rinascimento.

La donna come fine e come attore

Prima di entrare finalmente a piene mani nella visione dantesca e capire la sua visione in qualche modo rivoluzionaria ed eretica, accenniamo ancora al ruolo della donna nella poesia trobadorica e, più in generale, all’intero del movimento cataro, decisamente diverso da quello imposto dalla chiesa ufficiale.  Non parliamo certo di femminismo “ante litteram”, ma sicuramente di un ruolo che vive di forte autonomia sia per come la donna viene considerata sia per come opera direttamente.

Certo è che le donne dimostrano una notevole autorità politica e la possono ottenere solo perché sono degne di stima e di attenzione da parte dell’uomo non solo fisicamente, ma anche intellettualmente. La donna, inoltre, non ha alcun problema a svolgere l’attività di trobairitz (trobadora), anzi sono altamente considerate e nessun trobadore ha il diritto di alzare la voce contro di loro, altrimenti sarebbe coperto dal disprezzo generale. Ancora più in generale, l'essere femminile non è più "moglie", mujer, ma Dompna, "Signora", non solo oggetto d'amore, ma protettrice dei cantori.

Beatrice (tanto per cambiare...), una delle più celebri trobatore
Beatrice (tanto per cambiare...), contessa di Dia, una delle più celebri trobairitz (di seguito la sua celebre A Chanter M'er)

Tutto ha origine nelle qualità della dama. L'amore, nel cuore del trobadore, nasce dalla contemplazione della bellezza della sua signora, ma anche dalla considerazione delle sue doti intellettuali e spirituali. Nello stesso tempo il poeta ha coscienza della sua inferiorità nei confronti della dama e, per avvicinarsi, si impegna in un miglioramento progressivo.

La donna dantesca

Beatrice non viene solo adorata da Dante, come signora, ma diventa sua maestra e guida, pronta a rimproverarlo e a trattarlo come uno scolaro poco attento… E’ proprio lei a permettergli di vedere e di capire la struttura dell’Universo. Essa e maestra di verità, il tramite che permette a Dante e all'intera umanità di arrivare al Paradiso e alla contemplazione di un Dio Buono, decisamente paragonabile a quello cataro.

Ma chi era realmente Beatrice? Forse solo un’immagine mentale? Ella è in realtà Bice, figlia di Folco Portinari, nata a Firenze nel 1266 e che a diciannove anni sposò Simone dei Bardi, morendo  ventiquattrenne nel 1290.  Il nome stesso è comunque, probabilmente, un nome fittizio. Beatrice ha il significato di colei che rende beati e, forse, una diversa luce su Beatrice come figura dantesca può arrivare dal canto  Kalenda Maya di un trabadore vissuto un secolo prima in Italia, Raimbaut de Vaqueiras. Egli declama versi che ci rimandano alla ben più celebre “Tanto gentile e tanto onesta pare…” delle Rime della Vita Nova:

La parte finale inizia così…

Tanto gentile sboccia, / per tutta la gente
Donna Beatrice, e cresce / il vostro valore;
di pregi ornate ciò che tenete / e di belle parole, senza falsità;
di nobili fatti avete il seme;
scienza, / pazienza / avete e conoscenza;
valore / al di là di ogni disputa
vi vestite di benevolenza.
Donna graziosa, / che ognuno loda e proclama
il vostro valore che vi adorna, / e chi vi dimentica, poco gli vale la vita...

Dante e il suo tempo

Siamo giunti alla fine del nostro viaggio attraverso l’eresia catara con un scopo principale: capire come sia potuto nascere un Dante e una visione così innovativa dell’Universo. Dante non è mai stato condannato come eretico e  forse deve ciò all’estrema difficoltà di intuire la rivoluzione insita nella sua configurazione del Paradiso. La stessa chiesa non capiva e si accontentava della visione di luce e di fede. Anche la simpatia verso i trobadori  e, di conseguenza, una visione dualistica come quella dei catari, doveva essere ben nascosta tra le righe.

Dopo il Concilio di Vienne non era lecito difendere pubblicamente, soprattutto in Francia e Italia, i condannati per eresia. Per questo motivo i poeti della cerchia dei Fedeli d’Amore, ai quali apparteneva lo stesso Dante Alighieri, furono costretti a esprimersi in modo circospetto, facendo molta attenzione.

Non sono quindi solo i catari a subire le atrocità del nemico francese e cattolico, ma anche tutti quei feudi e quelle città dove, in piena libertà, i catari predicavano, i trovatori cantavano storie d'amore, gli ebrei insegnavano nelle università, i musulmani lavoravano in pace e le donne erano libere di partecipare anche a discussioni di carattere politico, o scegliere persino il proprio stile di vita e il proprio amante.

Furono tante le famiglie di alto lignaggio che abbracciarono la novità della dottrina càtara: a Firenze  erano càtari personaggi come Guido Cavalcanti e Farinata degli Uberti.

Farinata degli Uberti, affresco di Andrea del Castagno.
Farinata degli Uberti, affresco di Andrea del Castagno.

Quest’ultimo è probabilmente rappresentato come il dannato più austero e imponente, una spanna sopra tutti. Basta ricordare i celebri versi:

Subitamente questo suono uscìo
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com' avesse l'inferno a gran dispitto.

E l'animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».

Il rispetto dello stesso Virgilio, il timore di Dante e l’ascesa verso l’alto nella sua severa imponenza ne fanno più un patriarca che un dannato qualsiasi!

Barbara e Vincenzo Zappalà, ossia... gli eretici!

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