3/06/17

I Racconti di Mauritius: SCRIVERSI

Cosa si nasconde dietro la ricerca di visibilità e consenso che molti di noi tentano di appagare con l'uso dei social?  Forse poco, forse niente, forse qualcosa di vitale importanza... come ciò che Mauritius ha fatto trovare al protagonista di questo breve, delicato ed intenso racconto.

 

Per lunghi anni aveva frequentato tutti i social network disponibili in rete, alla ricerca di interlocutori adatti. Una delusione dopo l'altra. All'inizio sembravano tutti genuinamente interessati a ricevere le sue confidenze, a condividere riflessioni ed emozioni, a incoraggiare progetti e fantasie. Ma poi la cosa si appiattiva in una routine insipida, e il tempo scoloriva la prima impressione, la felicità di avere trovato la o le persone giuste per uno scambio non banale di pensieri e visioni della vita.

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Alla fine aveva trovato la soluzione. La più semplice e sicura. Aveva cominciato a scriversi.

Lo aveva fatto inizialmente per sorprendersi. Poi era diventata un'abitudine.

Si scriveva quasi ogni giorno, e si rispondeva con diligente sollecitudine.

Naturalmente le sue mail, dirette a se stesso, erano codificate come “importante particolarmente per le persone che partecipano alla conversazione” ; lo aveva deciso Gmail, in un impulso spontaneo, non sollecitato, da quel software ad alta sensibilità quale era.

Non aveva mai avuto una delusione. Quando si rispondeva era come se leggesse nella sua mente ciò che sentiva, ogni piega più riposta del suo argomentare, ogni verità sottaciuta, ogni pensiero inespresso erano limpidamente trasparenti, nessuno lo aveva mai capito così profondamente, come lui mai aveva provato l'emozione di capire, fino a quel punto, qualcuno.

A volte riusciva a chiarire i dubbi che si esprimeva scrivendosi, a porgere la giusta parola, la consolazione risolutiva, il consiglio saggio e disinteressato.

Si stimava molto ed aveva piena fiducia che non sarebbe mai stato deluso, che mai una sua parola avrebbe potuto essere male interpretata, dando origine a risentimenti e guastando quel rapporto meraviglioso.

Così, quando lo psicoterapeuta sentenziò con quella modalità un po' brutale, che era diventata di moda nel trattare i pazienti che “dovevano sapere” (uno stile che nasceva da quel sotterraneo, inconfessabile sadismo con cui gli addetti ai lavori manipolano la vita e le emozioni dei “casi clinici”), che aveva un principio di Alzheimer, si scrisse immediatamente per informarsi di questa drammatica prospettiva.

La risposta non tardò a venire, come di consueto: poche parole, come si conviene per le risposte importanti, quelle che richiedono coraggio.

“Prima di dimenticarci, voglio che tu sappia che ci mancheremo moltissimo.”

 

Tutti i racconti di Mauritius sono disponibili, insieme a quelli di Vin-Census, nella rubrica ad essi dedicata

10 commenti

  1. mi ricorda tanto "fiori per Algernon", un romanzo fantastico!!!

  2. Daniela

    Non conosco questo romanzo, ma ho appena letto una recensione su internet e sembra davvero interessante... grazie per il consiglio!!

    :-D

  3. Mario Fiori

    Sembra brutale ma è un tenero racconto di solitudine e , probabilmente, anche di malattia. Di solitudine indotta da un modo di comunicare impersonale , non  diretto ma mediato dai social e dal non sostenersi con lo sguardo, con gli occhi , con l'ascolto diretto, magari anche con qualche scontro (sempre verbale ovviamente).

    Di malattia (l'Alzehimer) ancora praticamente inesplorata e forse pure aiutata dalla solitudine di cui sopra; il tutto comunque condito da una verità : l'Uomo, se solo, cerca a tutti i costi di amarsi , di ricordarsi che è prima di tutto lui , che deve lottare per la sua sopravvivenza; se vi riesce bene , se non vi riesce purtroppo può giungere ad estreme conseguenze, se la malattia non lo prende e lo isola in "un altro mondo".

    Comunque sia ragazzi un po' di allegria e sosteniamoci con questo blog o , meglio, Circolo, e con Enzo il Grande  e tutti gli altri.

  4. Daniela

    Io, invece, Mario, ci leggo un messaggio diverso: prima di cercare qualcosa negli altri (in qualunque modo ciò avvenga) è fondamentale trovarla dentro di noi.

    Comprendersi è necessario per comprendere, volersi bene è necessario per voler bene, perdonarsi è necessario per perdonare... più introspezione meno esibizione.

    Ma credo che ognuno di noi possa trarre da questo racconto il messaggio che più gli è congeniale, e nessuno di essi sarà sbagliato!

    :wink:

     

  5. Gianni Bolzonella

    Bel racconto Daniela complimenti ! Doppi per la precisazione a Mario.È vero, per dirla in una maniera più asettica,se vuoi conoscere il mondo,conosci prma te stesso.Eppure io credo che ,partendo dalle basi da te descritte,ogni essere umano interpreti qualcosa di diverso,inedito,anche se destinato a sparire con esso,è la natura che adatta il suo incedere al passare del tempo,alla disposizione degli attori nello spazio,non necessariamente un progresso ma evoluzione dattamento. :-D

  6. Gianni Bolzonella

    ...Sono ormai molti i libri che si occupano del lato oscuro della rete e delle tecnocorporazioni che la dominano. In genere sono opera di insiders, esperti provenienti dal mondo della tecnologia che hanno sviluppato una riflessione critica, tutti vengono pubblicati da editori piccoli o piccolissimi. Eppure “bucano” il mercato. Il Manuale di disobbedienza digitale di Nicola Zamperini avverte di un intenso cambio di paradigma. “Immaginate Internet come qualcosa di molto simile a Matrix, meno cupa ovviamente, meno cruda”. La rete è un luogo entrando nel quale ci trasferiamo in un’altra dimensione, nella quale perdiamo il senso dello spazio e del tempo. Possiede guardiani, leggi, porte d’ingresso, “dove si concludono affari e si trova lavoro, ci si sposa e si muore. Infine è un ambiente, perché vi si combattono vere guerre tra Stati “.

    Il suo sistema nervoso sono gli algoritmi, formidabili sequenze di istruzioni matematiche al servizio dell’intelligenza artificiale, fulcro del meccanismo miliardario delle tecno corporazioni, le quali “vivono e prosperano offrendo servizi agli umani, vendendo servizi agli umani e nutrendosi della vita degli umani stessi. “Un apologeta del potere digitale, Pedro Domingos, ha scritto un saggio dal titolo raggelante, L’algoritmo definitivo, in cui paragona i modelli matematici a abilissimi sarti che sanno cucire abiti su misura per ogni cliente. Le creazioni sono ciascuna diversa da tutte le altre, il loro Santo Graal sono i dati. La macchina ne ha una fame insaziabile. “Costituiscono il carburante delle previsioni e della loro ragion d’essere. Senza dati, le macchine sono inutili. Per questo sono voraci, ingorde e nascondono la voracità dietro altri scopi” (N. Zamparini, op.cit.)...

    Estratto da un articolo da leggere di quel grande giornalista che è  ROBERTO PECCHIOLI

    "Per una resistenza digitale"

  7. Maurizio Bernardi

    Grazie Gianni per la segnalazione di questo articolo.

    Da non perdere.

  8. Daniela

    Ho letto l'articolo segnalato da Gianni: senza dubbio interessante e ricco di spunti di riflessione, ma non ne condivido i toni da giudizio universale.

    Se è vero che il business dei dati personali porta con sé tutti i pericoli minuziosamente elencati nell'articolo di Pecchioli e se è sacrosanto l'invito a difendere la propria riservatezza, e anche vero che un certo tipo di utilizzo di questi dati può migliorare, e non poco, la qualità della vita.

    Un solo esempio (ma se ne potrebbero fare molti altri): "basta tenere acceso lo smartphone perché la nostra posizione, il nostro itinerario sia noto a chi ci guadagnerà sopra" ...giusto, ma la posizione sarà nota anche a chi ci presterà soccorso in caso di bisogno.

    Non ci dimentichiamo, inoltre, di quanti "comuni mortali" portano a casa lo stipendio grazie a questo sistema: è riduttivo pensare solo ai grandi guadagni (che senza dubbio ci sono) concentrati in poche mani.

    Insomma, credo che si possa convivere con il commercio dei nostri dati, opponendo quel giusto grado di resistenza digitale auspicato da Pecchioli, ma senza rinunciare ai benefici che ne possiamo trarre.

    L'importante è non ridursi come questi qui...

  9. Gianni Bolzonella

    Sicuramente Daniela se è così pervasivo e accettato,il sistema ha utilità.Quello che secondo me l'opinionista voleva dire è che bisogna essere coscienti anche della parte meno evidente ma che esiste.Come il classico coltello.

    Oggi ho letto un altro articolo di questo opinionista,meno conosciuto di altri.

     

    ...Iniziò tanti anni fa, allorché parve brutto chiamare ciechi i privi della vista e i bidelli diventarono ausiliari scolastici. Passammo a evitare termini come invertito, poiché implica un giudizio negativo, ma l’omosessuale si trasformò presto in gay, gaio, allegro, felice. Una parola nuova ripetuta all’estenuazione modifica il paradigma. Si chiama trasbordo ideologico inavvertito: si cambia opinione senza accorgersene, magari c’è chi pensa che per essere felici sia opportuno rivolgere l’orientamento sessuale (altra acrobatica invenzione linguistica) agli uomini anziché alle donne, o viceversa. Progressivamente, Fantozzi si è trasfigurato in Fracchia, l’omino incapace di sostenere le sue ragioni, che si avvolge nella poltrona diventata un letto di Procuste. Fracchia è sottomesso alle parole d’ordine del potere, è il servo che finisce per amare le catene, contento di pensare come il Signore...

     

    L'acquario di Fantozzi----- sempre di Pecchioli

  10. Daniela

    Già... come quando quelli che sfasciano vetrine e incendiano auto di gente comune, con la scusa di protestare contro i potenti, vengono chiamati "anarchici" o "antagonisti", legittimandone in qualche modo l'operato, invece che con il nome che si meritano: delinquenti.

     

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