5/07/17

I Racconti di Mauritius: IL CAPOLAVORO DI NAKAMURA

Il racconto che state per leggere è un lavoro a sei mani, frutto di un processo di elaborazione progressiva di Daniela, Maurizio e Vincenzo (in ordine alfabetico). Adesso non siamo più in grado di dire con certezza chi ne sia l'autore, quindi, se mai non vi dovesse piacere, non saprete  con chi lamentarvi di avere perso qualche minuto della vostra vita per leggerlo. Pazienza.

La storia, al momento, non è reale, ma con queste cose non si sa mai, potrebbe diventarlo. In questo caso avrete avuto il privilegio di assistere ad una profezia.

Nakamura ultimate goal

Il giorno del suo trentesimo compleanno, Gennaro Capone si rese conto di essere stufo della vita. Non che avesse in mente di suicidarsi, era semplicemente stufo di quella vita che conduceva da sempre, nello squallido e angusto “basso” nel Rione Sanità, dove passava il tempo, inventando se stesso, giorno per giorno.

Nonostante la sua vispa intelligenza non aveva combinato proprio nulla, se non realizzare falsi per conto terzi. Aveva falsificato di tutto, giustificazioni per le assenze dei compagni di scuola,  certificati di malattia, quietanze smarrite di pagamenti realmente eseguiti, licenze di pesca, diplomi di geometra, attestati di benemerenza, patenti, soprattutto patenti e... lauree.

Non falsificava danaro, né clonava carte di credito o bancomat, solo documenti che la gente avrebbe dovuto conquistare con il proprio impegno e non solo spendendo i propri soldi.

Da Gennaro si poteva comprare ciò che non si poteva ottenere. Era l'uomo dei sogni. E costava poco.

Ma a conti fatti Gennaro, con tutta la sua abilità di falsario, si sentiva insoddisfatto,voleva essere finalmente qualcosa di definito e definitivo, qualcuno invece che nessuno.

Così, Prima di chiudere definitivamente bottega, lasciando nella disperazione i clienti, falsificò per se stesso un ultimo documento: una prestigiosa laurea in Architettura rilasciata dalla università di Kyoto, assieme ad alcune lettere in giapponese in cui la professoressa Akiko Kobayashi, titolare del leggendario studio Kobayashi – Maru,  attestava i meriti acquisiti nella professione di Architetto dal molto onorevole Dott. Isoshi Nakamura, il nome con cui Gennaro intendeva iniziare la sua nuova vita.

Per “aggiustare le cose” anche sul versante informatico, Gennaro si era valso della collaborazione di Peppino Salerno, suo ex compagno di scuola e hacker di valore mondiale, ben conosciuto da tutte le  intelligence di sorveglianza informatica che mai erano riuscite ad incastrarlo.

Insomma, tutti i riferimenti delle carte avevano la loro controparte telematica in siti internet, cloni di Google, Wikipedia etc. etc. dove la generazione dei digital yuppies, venuti su a pane e Facebook, si illudeva di trovare la verità su tutto e su tutti.

Per prima cosa Gennaro lasciò il basso in Rione Sanità e si trasferì nelle vicinanze dell'ippodromo di Agnano, non perché interessato all'ippica, ma perché quella era la zona che in pochi anni, sull'onda degli investimenti di riqualificazione, era destinata a diventare uno dei quartieri con la più alta qualità di vita della città. Per una cifra modesta, prestatagli in parte da alcuni amici riconoscenti per i servizi che aveva reso loro, acquistò un ex magazzino che trasformò in uno splendido loft da vero architetto: grandi spazi e pochi mobili, un inno all'arredamento  minimalista del lontano Oriente.  Cassettoni tansu dalle grandi maniglie a scomparsa e inquietanti asimmetrie nei frontali, false antiche spade Katana alle pareti, paraventi e pareti in carta di riso, falso riso, ovviamente. L'unica cosa vera era un  Notebook Apple nuovo fiammante da quattromila Euro, dono di un camorrista suo ammiratore, posato negligentemente su un grande tavolo di finta radica. In fondo alla lunga parete di vetro affumicato oltre la quale si vedevano le colline della curva Est dell'Ippodromo, un antiquato tavolo da disegnatore con un tecnigrafo a molle e contrappesi, nella piena luce di un fascio di led.

Ora si trattava solo di svuotare il sacchetto di Lego e cominciare a mettere insieme i pezzi. Così la pensava Gennaro: non è indispensabile avere idee geniali, basta collegare in modo inusuale idee di altri e il gioco è fatto. Sarebbe stato un errore partire in sordina, magari con piccoli lavori di ristrutturazione o arredamento per privati, lavori di routine per gente sconosciuta, zero visibilità.

Occorreva qualcosa di grande, di più, di immenso. Per compiere opere fantastiche occorre fantasia, e a lui non mancava.

I grattacieli lo avevano sempre affascinato, dai tempi di King Kong abbarbicato sull' Empire State Building, alle Torri Gemelle del Trade Center, alle svettanti cime dello skyline delle megalopoli asiatiche.  Avrebbe costruito grattacieli, anzi, città verticali. Era deciso.

Ma dopo la Tower Infinity di Seul, il primo grattacielo “invisibile” ricoperto di schermi, dopo il  Mile Tower di Gedda, alto un miglio terrrestre, occorreva  pensare a qualcosa di totalmente nuovo, eclatante, che stravolgesse in modo esponenziale il “concept” di grattacielo.

Il suo grattacielo, anzi i due grattacieli che aveva in mente di proporre al Ministero dello Sviluppo Cinese, l'unica potenza in grado di fronteggiare la sfida economica e tecnologica che intendeva proporre, sarebbero stati alti centinaia di migliaia di chilometri. Per meglio dire, sarebbero stati “in alto” rispettivamentre a 326.000  e  448.000 chilometri, piazzati in due punti molto particolari del sistema Terra-Luna, noti agli astronomi con le sigle L1 ed L2, luoghi ottimali per il posizionamento dei telescopi spaziali, e si sarebbero chiamati  Lagrange Twin Towers.

Double Cluster PixInsight 1.0

Dalle finestre della costruzione situata nel punto L1, tra  Terra e Luna, si sarebbe visto il nostro pianeta grande il doppio della dimensione con cui vediamo la Luna e il nostro satellite, a soli 60.000 km, sarebbe apparso grande il triplo. Inoltre si sarebbero potute osservare le “fasi” terrestri, come dalla Terra si possono ben vedere le fasi di Luna e Venere.

Gli abitanti dell'altro “grattacielo”, nel punto L2, avrebbero invece visto solo la Luna da quasi 65.000 km, sempre tre volte più grande di quella vista da un osservatore terrestre. La Terra, invece, non l'avrebbero vista mai, l'ideale per chi avesse desiderato cancellarne il ricordo.

Lagrangianpointsanimated_small
Rappresentazione schematica dei punti lagrangiani L1, L2, L3, L4 e L5 del sistema Terra-Luna: il cerchio giallo è la Terra, quello blu la Luna.

Il “concept” era inequivocabilmente originale. E per un architetto, per giunta giapponese, non c'era altro da dire o da fare. Suggerire l'idea, stimolare la fantasia, svelare la “vision”, cosa altro si poteva chiedere ad un guru come Nakamura?

Per i calcoli tecnici esistevano quelle utili estensioni dei computer che si chiamano ingegneri, umili formichine ingegnose e assolutamente prive di creatività e immaginazione, ma proprio per questo affidabili. Per mettere insieme i finanziamenti c'erano i burocrati del Ministero ed eserciti di pianificatori delle multinazionali partner del mega progetto, roba da impiegati.

Nakamura sentiva che quella era l'idea vincente. L'Idea.

Sprofondato nel Futon King Size bianco latte, nella cornice di culmi di bamboo gigante,  posato sul prezioso tatami ricamato, Nakamura lasciava scorrere le immagini mentali che la sua fervida fantasia gli proponeva, il lancio delle prime strutture verso la Luna, i giganteschi bracci delle gru spaziali e le formichine in tuta che si affannavano nelle operazioni di assemblaggio, il momento cruciale degli ultimi collaudi e il trionfo finale nel giorno dell'inaugurazione delle Lagrange Twin Towers, con la sfilata delle autorità politiche e scientifiche in orbita attorno alle sue creature.

Sentiva il suono di una possente orchestra che eseguiva un inno scritto appositamente per l'occasione da uno dei più grandi compositori contemporanei, un suono a momenti armonioso e a momenti dissonante, come di una sveglia. Come della sua sveglia...

Si rigirò nel futon, che nella luce dell'alba sembrava un comune materasso, piuttosto consunto, posato sulle incerte molle di una vecchia branda, afferrò la sveglia e la scagliò contro la parete.

Poi infilò le pantofole e scivolò in cucina per prepararsi il primo caffè della giornata.

Ancora assonnato, accese la tv per ascoltare il primo telegiornale, proprio nel momento in cui lo speaker annunciava che, su progetto di un geniale architetto giapponese, il Governo cinese aveva appena deliberato la costruzione, che sarebbe terminata entro il 2050, di due spettacolari residence per vacanze extra-lusso nei punti lagrangiani L1 e L2.

Anche la tazzina di caffè raggiunse la sveglia, dopo aver sbattuto contro la stessa parete... se solo avesse messo in pratica con un po' di  anticipo le sue fantasie, chissà… ma forse non era troppo tardi… un’idea gli balenò nella mente.

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30 dicembre 2049: tutto era pronto per l’inaugurazione, il primo convoglio con i turisti miliardari sarebbe arrivato entro pochi minuti. Il sessantenne Antonio Bonocore (per l’anagrafe Gennaro Capone, ma ormai quel nome lo avevano dimenticato tutti, compresi i suoi vecchissimi genitori) attaccò l’ultimo quadro che aveva preparato per impreziosire quelle lussuosissime space-suite e si soffermò ad ammirarlo compiaciuto.

Gli ultimi trent’anni li aveva trascorsi dipingendo centinaia di Gioconde di Leonardo, Primavere di Botticelli, Cacciate di Adamo ed Eva dall’Eden di Masaccio, Vocazioni di San Matteo di Caravaggio, Compianti sul Cristo morto di Giotto… era così felice di essere riuscito a realizzare il suo sogno di cambiare vita!

gio

 

ULTIM'ORA! Poche ore prima della pubblicazione, mentre cercavamo immagini per questo racconto, ci siamo imbattuti nella notizia del progetto di un grattacielo appeso ad un asteroide (QUI). Ovviamente la consideriamo una bufala (o, al massimo, un progetto serio ma irrealizzabile), perché, senza addentraci  nelle problematiche edilizie che non conosciamo, possiamo serenamente affermare che spostare l'orbita di un asteroide anche di poche centinaia metri sarebbe un bel problema di meccanica celeste! Ve la proponiamo solo per farvi quattro risate.

P.S. Il nome di questo fantascientifico grattacielo (Analemma Tower) ci ha fatto sorgere legittimi sospetti sul fatto che il progetto sia opera del nostro amico Pautasso... lui nega con tutte le sue forze, ma il dubbio rimane  :roll:

 

Potete trovare tutti i racconti di Mauritius, insieme a quelli di Vin-Census, nella rubrica ad essi dedicata

7 commenti

  1. Gianni Bolzonella

    Tino ha un vicino di casa che lo ha invitato a mangiare.Pensa che avviandosi a piedi verso l’abitazione del suo ospite ci metterà un’ora e arriverà giusto in tempo per mangiare.Ma se camminerà più in fretta consumerà più energia ma arriverà mezz’ora prima,accorciando il tempo così potrà chiaccherare mentre aspettano che il pranzo sia cotto.C’è anche la possibilità che voglia fare una sorpresa agli amici,potrebbe mettersi a correre,consumerebbe molta energia,arriverebbe anche prima che si cominci a preparare il pranzo.Forse è questo che riserva un viaggio a velocità luminare,si esauriscono gli avvenimenti.

  2. oreste pautasso

    Caro Gianni, questa cosa della velocità luminare va sviscerata un volta per tutte...

    Il dubbio di fondo è: conviene affrettarsi ?

    Preso un luminare della astrofisica ( un nome a caso, Vincenzo) e misurata la sua velocità di spostamento, possiamo dire, con sufficiente certezza, che la velocità del luminare non può essere superiore alla velocità luminare. In altri termini la velocità del luminare è minore della velocità luminare.

    Ma se il luminare si muovesse, anche per pochi secondi, alla velocità luminare, in quell'intervallo di tempo la velocità del luminare sarebbe luminare, con tutte le conseguenze che sappiamo su massa e lunghezza del luminare nella direzione del moto. Va bene tutto, ma una massa infinita non la auguro a nessuno...

  3. Gianni Bolzonella

    Grazie Oreste,in verità ma non volevo dire questo."C'era una dama di nome Brillante,che della luce viaggiava assai più velocemente; un giorno partì relativamente,e ritornò la notte precedente."

    In realtà la teoria della relatività non afferma che"niente può viaggiare più velocemente della luce",come spesso si dice.Essa prevede che gli oggetti possano avere velocità anche superiori a quella della luce,persino nel vuoto,ma solo a condizione che essi non siano mai più lenti della luce.In pratica non si può attraversare la barriera della luce,aumentando o diminuendo la velocità.

    La mia era una provocazione che partendo da qualcosa che ho letto,forse interpretandola male,che la luce non ha tempo  e lo annulla,mentre per il resto rimangono le quattro dimensioni che si dividono il 300.000 km/h,se idealmente guardo fuori dalla finestra vedo alcuni avvenimenti che sono in quello spazio,se prendo un aereo a parità di tempo,gli avvenimenti che sorvolo sono(ammesso che si riescano a percepirli) una marea,se aumento la velocità in maniera esponenziale gli eventi visti sono una enormità,ad una velocità prossima a quella della luce praticamente li vedi tutti,li vedo nel senso che la luce è anche un'onda che pervade l'universo.Poi ovvio per il resto concordo con te.

  4. Se un certo Gianni viaggiasse alla velocità della luce vedrebbe un Universo in cui il tempo non scorrerebbe... così come noi vedremmo immobile l'orologio (piccolo, piccolo) del fotone! Scusa, ma non capisco bene la tua definizione di velocità superiore a quella della luce... La RR dice che NON si può andare più veloci della luce non che la barriera vale nei due sensi...

  5. Gianni Bolzonella

    Ciao Vincenzo,la frase :"in realtà la teoria della relatività..."l'ho copiata tale e quale da un li bro di Paul Davies,per non prendermi responsabilità troppo grandi per le mie spalle scientifiche,ti scrivo due righe del seguito:"In altre parole,secondo la teoria di Einstein non si può attraversare la barriera della luce,aumentando o diminuendo la propria velocità.I fisici hanno inventato un nome per le particelle piu veloci della luce: le hanno chiamate tachioni...In ogni caso,anche se la teoria della relatività non esclude la possibilità dell'esistenza dei tachioni,essi costituiscono per i fisici motivo di imbarazzo,non ultimo perché potrebbero essere utilizzati per inviare segnali nel passato..." Mi fermo quì altrimento scrivo il libro.Non aggiungo favela,perché le affermazioni sono troppo specialistiche per me.

  6. Mah... non oserei certo polemizzare con Paul Davies, ma mi sembra una interpretazione molto tirata per i capelli... forse provocatrice?

  7. Gianni Bolzonella

    "I misteri del tempo"di Paul Davies pag.80 per chi ha comperato il libro.Sembra un muro,se sei di qua rimani qua,se sei di là rimani là. :-D

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