21/06/21

UNA SOAVE RICORRENZA

In attesa che Enzone rientri dalla sua vacanza,

 gli auguriamo buon compleanno a modo nostro!

 

 

Brindisi al Soave

(Guido Ghezzi, 21/6/2021)

Gustare un calice di soave in quel di Monteforte d’Alpone equivale ad un pacato invito.

La Natura sa come parlare all’animo aperto, allo spirito pronto a cogliere un suo suggerimento. Lo fa senza usar parole, affidandosi invece al paesaggio, all’eloquenza delle tinte, ai suoni, a moti d’aria e nubi. Ma non si deve aver fretta, bisogna arrestare la propria corsa, sostare magari su un poggio ventilato e dismettere l’affanno quotidiano. Ed ecco che una storia si dipana, scandita dall’occhio indagatore che scivola sulle forme, s’impunta su una cresta rocciosa, sonda la forra che incide la valle, soppesa quella pendice boscosa e quell’altra, arida e secca, corre alle cime distanti ed alle bassure prossime. Come fossero capitoli a suddividere una narrazione, le morfologie e i vari elementi naturali diventano punti di svolta, delimitano spazi che sono anche nicchie temporali, ciascuna identificata da precise caratteristiche.

Il risultato ultimo, quello che d’impatto si percepisce, sembra frutto della sovrapposizione casuale di molteplici fattori, ma così non è. C’è una bacchetta che dirige l’orchestra e ne estrae un’armonia, talvolta sotterranea, velata da una complessità difficile da cogliere; ma l’insieme, lo spirito del luogo, si manifesta, ora timido e sfuggente, ora impositivo e potente, ora quasi distaccato.

E’ la geologia che regge la bacchetta. Le rocce, nella loro incredibile varietà mineralogica, rispondono con altrettanta variabilità alle sollecitazioni esterne, da loro si formano per disgregazione e ossidazione i suoli e ogni suolo favorisce o meno la popolazione vegetale soprastante, ponendo severi divieti e allettanti inviti alle varie specie di fiori, erbe, arbusti e alberi. Il popolo vegetale richiama con analoga selettività quello animale e il cerchio così si chiude.

Uno sguardo, pur superficiale, allo schema geologico delle aree in cui si vinifica il soave subito solletica un interrogativo: cos’è quella netta demarcazione tra i terreni calcarei e quelli vulcanici? Chi ha manovrato il coltello in modo da tagliare con tanta decisione la scorza terrestre tra Soave e Monteforte d’Alpone (fig. 1) per giustapporre due litologie diverse quanto Peppone e Don Camillo? Una simile cesura non può essere frutto del caso, qualcosa deve aver lavorato nei milioni d’anni per modellare in modo coerente l’incessante subbuglio prodotto dal motore endogeno della Terra e pervenire all’attuale assetto geologico della zona, assetto che è responsabile dell’armonia generale sublimata nello spirito del luogo.

Fig. 1. Schema geologico-geomorfologico semplificato della zona di produzione del Soave.

 

Lo schema, che già ha fatto da guida nel precedente duetto enologico-geologico (QUI), è però un’elaborazione, una semplificazione grossolana di quanto davvero si trova girovagando tra i colli del posto.

Una traduzione ben più aderente è data dalla carta geologica ufficiale (fig. 2).

Fig. 2. Stralcio dal Foglio 49 della carta geologica d’Italia 1:100.000. I rombi rossi individuano rispettivamente Soave (a sinistra) e Monteforte d’Alpone (a destra).

La nuova e più dettagliata visione conferma la presenza di un contatto tra rocce vulcaniche (in colore verde scuro) e rocce calcaree (in verde chiaro), contatto che è sempre abbastanza netto, sebbene con un minimo frastaglio, nella porzione meridionale (in basso nella carta) mentre diviene subrettilineo nella metà settentrionale (metà in alto della carta), dove è anche evidenziato da una linea rossa continua.

Ecco che la carta geologica ufficiale aggiunge un dato: c’è qualcosa di notevole che per lungo tratto separa i due domini, vulcanico e calcareo. L’elemento notevole è costituito nientemeno che da una faglia, nel formalismo cartografico geologico indicata appunto con una linea continua rossa.

Una faglia è una frattura entro un volume di roccia associata ad evidenze di un avvenuto movimento tra le due masse rocciose che la frattura ha separato. All’osservazione si presenta come una discontinuità nell’ammasso roccioso, cioè una superficie (di solito piana o debolmente ondulata) che “taglia” le successioni litologiche, disposta subverticalmente o con una deviazione dalla verticalità non troppo pronunciata. Essa indica che l’impilamento di rocce formatosi nel tempo ad un certo momento è stato sottoposto a forze la cui risultante è stata sufficiente a rompere il volume roccioso. In sostanza il volume di roccia, anziché rispondere alla sollecitazione in modo “plastico”, cioè incurvandosi, reagisce in modo “fragile” e si spezza. L’energia viene dissipata in brevissimo tempo causando un sisma e producendo lo spostamento di una porzione del volume rispetto all’altra.

La geometria del piano di rottura, il suo sviluppo spaziale e lo spostamento seguente (la dislocazione, per usare un termine più geologico) dipendono principalmente da entità, direzione e verso delle forze agenti sul volume di roccia. Se il volume di roccia è sottoposto a forze di distensione si forma una faglia chiamata “diretta”, nel caso opposto si genera una faglia “inversa”. Nel caso in cui le forze agiscano “di taglio” si forma una faglia “trascorrente”. La fig. 3 esemplifica il concetto:

Fig. 3. Schema dei tipi di faglia e del loro effetto sulla crosta terrestre nell’intorno della faglia. Si noti la quota del medesimo strato dalle parti opposte della faglia nei vari casi.

E’ importante notare che una faglia diretta comporta, oltre all’estensione crostale, l’abbassamento di una porzione rispetto all’altra, mentre nel caso di una faglia inversa avviene l’esatto contrario. Dal punto di vista morfologico, quindi, una faglia diretta genera una “fossa” mentre una faglia inversa genera un rialzo strutturale. La faglia trascorrente non modifica le quote di superficie.

La natura ama mescolare un po’ le carte e rifugge dalle rigide classificazioni umane: le tipologie di faglia possono anche coesistere nella stessa area, evidentemente sottoposta a vicissitudini varie nel corso dei milioni d’anni, generando “sistemi” di faglie molto complessi e difficili da ricondurre agli sforzi che le hanno originate. In effetti si tratta di comporre un rompicapo.

Una faglia può restare attiva per tempi molto lunghi. Rappresenta una superficie di grande debolezza dell’area e quindi le forze legate alla geodinamica crostale hanno facile gioco a continuare il loro lavoro, amplificando lo spostamento col passare del tempo o modificandolo. In fig. 4 un esempio eclatante del risultato prodotto dall’attività di una faglia trascorrente.

Fig. 4. Spettacolare fotografia da satellite della faglia trascorrente di Piqiang (Cina). La traslazione è di circa 3 km.

Altrettanto stupefacente è la fig. 5, che illustra gli effetti di un sistema di faglie dirette.

Fig. 5. Gli effetti di due faglie dirette: i diversi livelli, cromaticamente molto evidenti, permettono di ricostruire bene quanto è accaduto. Le forze distensive hanno fagliato ed isolato il cuneo centrale, l’allontanamento reciproco dei settori destro e sinistro lo ha fatto abbassare. Si noti che la superficie indicata dalla freccia non ha subito alcun abbassamento, a testimoniare che il sistema di faglie da quel momento non è più stato attivo. Nella “fossa” formatasi ha continuato a depositarsi il sedimento color senape, determinando il maggior spessore dello strato rispetto ai settori laterali. (Zanjan, Iran).

Un sistema di faglie dirette produce una morfologia particolare, fatta di una successione di “fosse” o valli, chiamate Graben separate dalle porzioni rimaste alle quote originarie, chiamate Horst. L’insieme assume l’aspetto di bacini e di alti strutturali con assi longitudinali grosso modo paralleli, i corsi d’acqua tendono ad occupare i graben, mentre gli affluenti discendono dagli horst sfruttando le pendenze dei piani di faglia, come illustra la fig. 6.

Fig. 6. Schema di un sistema a “Horst e Graben”, risultato di un regime crostale distensivo. La sequenza temporale va letta dall’alto verso il basso. Fonte Trista L. Thornberry-Ehrlich, Colorado State University.

La val d’Alpone altro non è che un graben, un bacino con l’asse longitudinale orientato da NNW a SSE, formatasi dall’abbassamento rispetto agli horst che la fiancheggiano. Ma qual è l’origine di questo graben?

Per rispondere occorre ricostruire la storia geodinamica di questo settore di prealpi. Per decine e decine di milioni d’anni nell’oceano Tetide (abbiamo fatto la sua conoscenza QUI) si deposero enormi quantità di sedimenti di mare profondo, prevalentemente costituiti da resti organogeni e fanghi argillitici fino a che l’apertura dell’Atlantico meridionale, circa 65 milioni di anni fa, iniziò a spingere il supercontinente meridionale verso quello settentrionale, causando, in una trentina di milioni d’anni, il serraggio della Tetide e il conseguente sollevamento alpino.

In questo contesto generale nell’area corrispondente all’odierna val d’Alpone si instaurarono tensioni distensive con direzione est-ovest, che produssero una successione di faglie dirette e quindi di graben e horst ad assi orientati grosso modo nord-sud. La faglia in tratto rosso di fig. 2, denominata faglia di Castelvero, è proprio il fianco occidentale del graben della val d’Alpone (il fianco orientale è un’altra faglia diretta, denominata faglia di Schio-Vicenza, fuori carta). Al momento della formazione del graben, profondo alcune centinaia di metri, la regione era interessata da copiose eruzioni vulcaniche e colate basaltiche sottomarine, che si riversarono nel graben, infine riempitosi circa 40 milioni di anni fa.

L’erosione successiva, in particolare quella legata alle ultime glaciazioni, ha completato il lavoro, asportando le coperture sedimentarie recenti e lasciando visibile il graben d’Alpone pieno di depositi vulcano-basaltici a stretto contatto con le rocce calcaree immediatamente ad ovest della faglia di Castelvero.

Alla fine di questa lunga novella (in due parti, la prima è QUI) il quadro geologico della val d’Alpone è abbastanza ben delineato nei suoi tratti principali; lasciamo agli specialisti i tanti dubbi sollevati dai dettagli e...

...concediamoci un beneaugurante brindisi sull’arioso poggio, sorseggiando con “geologica” consapevolezza! Cin-cin!!

 

Il vulcano "casalingo" de Le Battistelle

(Vincenzo Zappalà, 15/10/2009)

La potente mineralità e sapidità di uno dei più grandi e longevi vini bianchi del mondo, il soave, sono ben note a tutti gli appassionati del sacro nettare di Bacco. Non è difficile comprendere il perché quando ci si reca a visitare gli aspri colli della zona classica. La natura del territorio si mostra in tutta la sua peculiarità: piccoli vulcani, spenti da milioni di anni, che hanno sparso la loro lava basaltica un po’ ovunque. Le radici dell’uva garganega lottano contro le dure rocce scure e si infiltrano tra le sue pieghe insieme alla sabbia nera della pomice che si sgretola seguendo i ritmi del tempo. Ed è quindi ovvio che il vino che ne nasce sia minerale, sapido, salino e longevo come pochi al mondo.

Ogni antico vulcano dà origine ad un “cru” con caratteristiche diverse a seconda della composizione delle colate laviche che hanno formato lo strato geologico sottostante. I profumi, l’acidità, i sentori cambiano da luogo a luogo, da vigna a vigna, in un caleidoscopio di emozioni. In quel labirinto di roccia e di vigneti si nascondono alcune tra le cantine più prestigiose.

Forse meno conosciuta di altri (per adesso…) spicca per la sua abbagliante sapidità e schiettezza la produzione dell’Azienda Le Battistelle, portata avanti con passione, amore e dedizione dalla famiglia Dal Bosco. Gelmino, la moglie Cristina, ed i due giovani figli Andrea e Gloria (che visino e che carattere aperto!) sono inoltre di una simpatia, umanità e gentilezza più che coinvolgenti. Ed i loro vini non sono da meno! Davanti alla casa di Brognoligo, alle spalle di Monteforte d’Alpone, si erge il ripido “vulcano” di famiglia, fasciato dalle preziose vigne. Ma altri celebri “cru” (Rugate e Carbonare) contribuiscono alla nascita dei loro gioielli.

Nella piccola, raccolta, ma efficiente e linda cantina tutto è in acciaio, tranne un singolo tonneaux, dove si affina con discrezione perfetta il loro vino più ambiziozo: Le Battistelle. Profumi complessi, eleganti si intridono dei sentori minerali che accompagnano l’ingresso in bocca. Poi è solo lunghezza e sapidità. Il richiamo fruttato pone fine all’interminabile approccio gustativo. Che vino, un vero fuoriclasse! E come evolverà nel futuro!

Nel regno del soave non bisogna avere fretta. Solo dopo anni la matrice vulcanica si esprimerà al massimo ed allora non ce ne sarà per nessuno, Chablis e Riesling compresi.

Il Sacripante non è però da meno. Esso forse gioca ancor di più con le caratteristiche tipiche e genuine del territorio. I suoi tratti sono più decisi, senza compromessi. Difficile la scelta, tanto simili e diversi sono tra loro. Ma anche il Montesei, la versione base, non scherza. Più semplice, lineare, ha però tutta la forza dei suoi fratelli maggiori. Vini esaltanti che bene esprimono il senso vero della cultura, dell’amore per la terra, che permea l’animo di Cristina e Gelmino.

Non ci vorrà molto tempo per diventare amici ed essere conquistati dalla loro sapiente sincerità. Si parlerà di tutto e di più ed il tempo volerà. Andate a trovarli senza fretta, quando i lavori di campagna gli donano un po’ di libertà. Vi accompagneranno sul loro vulcano, dove sorge una rustica e splendida baita, circondata da un prato accogliente ed intimo. Posto veramente ideale per una semplice riunione tra amici o per degustazioni di ampio respiro.

Vi faranno toccare la roccia dura e superba, i “sassi neri” adagiati al suolo. Vi sentirete immersi nel vero cuore pulsante del soave. Sarà molto dura andarsene ed il ricordo resterà indelebile. Li saluterete con un “a presto” che viene dal cuore, sognando di riprovare in fretta le emozioni dell’incontro. Riempitevi pure il bagagliaio e non ve ne pentirete. Ma, se riuscite, non fatevi scappare una vera “chicca”… Cristina e Gelmino producono una quantità amatoriale di vin santo del soave, di antichissima tradizione, in cui l’ossidazione è appena accennata e guida verso uno straordinario caleidoscopio di frutta secca, di succosa ampiezza e di limpida dolcezza, tenuta sotto magistrale controllo dall’acidità marcata e decisa. Magari dovrete insistere un po’ per averne una bottiglia, ma ne vale proprio la pena! Ah, dimenticavo… Che accoppiata il loro soave con la soppressata fatta in casa, usando solo le parti nobili del maiale. Una ciliegina sopra una già magnifica torta.

2 commenti

  1. Mario Fiori

    Auguri Enzissimo. Auguri di cuore e buon proseguimento di vacanza. Grandeee

  2. Alberto Salvagno

    Ebbro di cotanta disquisizione, di mille voci al sonito mista la mia ci sta: AUGURI ENZO! E te li fa un tuo quasi coetaneo vergin di servo encomio :-)

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