15/07/17

CHE FAI TU, LUNA, IN CIEL ? (3)

Fatti e misfatti, verità e falsità, miti e leggende

sul nostro Satellite

(3° puntata)


Sulla porta d'ingresso della sua casetta di campagna, il premio Nobel per la Fisica Niels Bohr aveva attaccato a un chiodo un ferro di cavallo, il proverbiale portafortuna. Vedendolo un visitatore esclamò: "Un grande scienziato come lei crede veramente che un ferro di cavallo sull'uscio di casa porti fortuna?" "No" rispose Bohr "Certo che non credo in queste superstizioni. Ma sa com'è..." aggiunse con un sorriso "... dicono che porti fortuna anche a chi non ci crede!"

E se anche uno come Bohr preferiva non "rischiare", non si può certo pretendere che lo faccia un agricoltore andando contro credenze e rituali secolari che, pur senza alcun fondamento scientifico, si ritiene che abbiano il potere di garantire un buon raccolto... ma noi ne vogliamo parlare lo stesso, non ce ne vogliano gli agricoltori!

 

(Se vi siete persi le prime due puntate di questa serie, le trovate QUI e QUI)

 

A proposito di piante (e di vino)

Una logica ed oggettiva analisi delle forze naturali sembra eliminare del tutto qualsiasi legame tra uomo e Luna, al di fuori dei pochi effetti reali ben conosciuti. Restano però ancora da discutere gli effetti della Luna sul mondo vegetale. E’ questo in fondo il risvolto che maggiormente interessa i produttori di vino, proprio coloro che hanno stimolato queste mie riflessioni.

L’argomento è sicuramente molto più sentito nel nostro Paese e sicuramente immune da legami psicologici diretti. Nessuno infatti potrebbe mai pensare che le piante abbiano una loro razionalità ed una loro volontà di agire, al di là delle pure reazioni chimiche e fisiche indotte dall’insieme naturale in cui vivono ed evolvono. Proprio sull’armonia di questo insieme si basano alcune teorie che cercano di scandire la crescita, la semina, il raccolto, ecc... in funzione di fenomeni esterni, tra cui appunto la variabile presenza della nostra Luna. A questo riguardo assume un ruolo estremamente importante l’agricoltura biodinamica, a cui infatti sarà dedicato un discorso a sé stante (nella prossima puntata).

Per il momento limitiamoci però alle considerazioni generali sul rapporto Luna-vegetazione. Sono stati scritti innumerevoli trattati e creati veri e propri calendari che dettano le regole e scandiscono i periodi in cui seminare, tagliare, trapiantare, raccogliere, tutte le operazioni insomma che comportano un’ottimizzazione del prodotto finale per il fabbisogno umano. Ognuna di queste regole viene solitamente accompagnata dalla relativa spiegazione. In alcuni casi si va ben oltre uno schema semplice e lineare e si cerca una trattazione altamente professionale. Citerò come esempio un paio di “chicche” che ho trovato qua e là:

  • L’immensa attività solare diurna inibisce scambi nutritivi che vengono attivati durante la notte dalla luce lunare utilizzata come catalizzatore.
  • La mancanza dei raggi lunari inibisce la metabolizzazione da parte dei vegetali portandoli a sindromi denutrizionali manifestate con una crescita lenta (fragilità dei fusti, vegetazione rinsecchita, maturazione ritardata).

Qualsiasi commento è sicuramente inutile. Basterebbe notare l’ampio uso di termini “scientifici” e “difficili”, in accordo con quanto detto sulle teorie pseudo-scientifiche citate nei capitoli precedenti. Si noti anche come manchi sempre una reale spiegazione del rapporto causa-effetto.

Ammetto di aver preso un esempio limite, ma in generale è indubbio che tutto ciò che si ascrive alla debole luce lunare ed alla sua variazione mensile può tranquillamente essere riprodotto da condizioni atmosferiche variabili o dalla vicinanza di centri urbani illuminati. Questo vuole forse dire che le piante subiscono crescite e produzioni diverse a seconda che si trovino in zone più o meno urbanizzate? Non credo che questa eventualità sia mai stata presa in alta considerazione dagli agricoltori. Quegli stessi magari che guardano costantemente alle fasi lunari.

Prendiamo ora in esame un calendario “standard”, semplice e pratico, lasciando ogni commento alla fine.

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    In Luna Crescente il momento è favorevole per:

semine, piantagione o trapianto di alberi (le conifere tra fine marzo e inizio aprile), potature degli alberi più deboli, riproduzione per talea (a primavera per le piante a foglia caduca, a settembre per i sempreverdi), antiparassitari (meglio nel primo quarto), taglio della legna da ardere. In generale sono da compiere tutte quelle azioni che sono favorite dalla salita della linfa verso gli apici delle piante.

     In Luna Calante il momento è favorevole per:

Innesti, trapianto di azalee, potatura degli alberi vigorosi, taglio del legname da costruzione. In generale tutte quelle azioni che sono favorite da un ridotto afflusso di linfa.

 

Viene spontanea una domanda: perché la Luna dovrebbe stimolare più o meno l’afflusso della linfa?  Per effetto di un maggiore o minore riscaldamento? Ma questo si sa bene che, se esiste, può variare di pochi centesimi di grado al massimo e quindi risulta ininfluente o decisamente più basso di quello riscontrabile a causa di condizioni climatiche e ambientali diverse. Per effetto della luce? Ma anche questa è, come già detto, costantemente soggetta a variazioni dovute alla maggiore o minore copertura del cielo, indipendenti dalle fasi lunari. Per effetto della marea? L’argomento è già stato ampiamente discusso precedentemente. Basta aggiungere che, se fosse dovuto a ciò, dovremmo riscontrare diversità rilevanti per culture prossime a colline, palazzi, centri urbani, i quali, con la loro massa, esercitano sulle piante un’azione mareale ben superiore a quella della Luna (vi ricordate l’esempio della mamma e del bambino di cui abbiamo parlato nella seconda puntata?). Anche in questo caso non mi risulta che alcun agricoltore abbia mai piantato o potato o tagliato in funzione della posizione dei suoi terreni rispetto a grandi edifici o colline più o meno estese.

Nel calendario riportato precedentemente, si nota però un’altra anomalia: il mischiarsi di epoche lunari con epoche solari (si parla infatti anche di mesi e stagioni). Le due cose non devono confondersi. L’effetto del Sole sulla vita della Terra è indiscutibile, così come sono indiscutibili gli effetti diurni e stagionali su tutti i sistemi sia biologici che geologici. Effetti macroscopici dovuti a variazioni di temperatura e di illuminamento sono facilmente spiegabili scientificamente, sia a livello diurno che a livello annuo. Avvalorare una certa operazione compiuta in condizioni favorevoli di Sole, non autorizza certo l’estensione anche all’influenza della Luna che si suppone accompagnarla. Creeremmo automaticamente una falsa causa per spiegare un certo effetto.

I più attenti forse ricorderanno che nel secondo capitolo avevo accennato al fototropismo lunare, ossia alla capacità da parte di alcune piante di rispondere con leggeri movimenti allo stimolo luminoso della Luna. Potrebbe essere questo un esempio indicativo di un possibile legame esistente tra vita delle piante e Luna? Direi proprio di no. Prima di tutto perché sappiamo che l’azione che ne deriva è estremamente superficiale e poi perché analogo risultato si otterrebbe nuovamente attraverso stimoli luminosi di qualsiasi origine, sia naturale che artificiale.

Ci stiamo accorgendo che anche parlando di vegetali, e del modo migliore per coltivarli, siamo nuovamente caduti nelle stesse contraddizioni sollevate a riguardo della sfera umana. Con una grande differenza però. Mentre l’influenza della Luna sull’uomo viene considerata come un qualcosa di ineluttabile, che può solo essere subita ed accettata, la stessa influenza sul mondo vegetale può invece essere controllata dall’uomo stesso, finalizzandola ai propri scopi. Questo può stimolare un’azione diretta che va a sommarsi agli effetti della memoria selettiva.

Non solo infatti tendiamo a ricordare meglio tutto ciò che conferma certe credenze “storiche” o che segue la cosiddetta “saggezza popolare”, ma siamo anche in grado di seguire a nostro piacimento le regole migliori per propiziare un certo risultato favorevole.  E perché non farlo visto che un certo comportamento conferma normalmente le aspettative? C’è poco da controbattere. Se semino, taglio, innesto, poto, imbottiglio, seguendo i canoni tradizionali, ed ottengo un ottimo risultato, perché mai dovrei cambiare metodo? Vi sarete accorti, tuttavia, che quanto appena illustrato richiama fortemente la magia simpatica di primordiale memoria. Non solo, ma abbiamo anche utilizzato un tipo di ragionamento non proprio corretto. Il fatto che avvenga il fenomeno X quando eseguo l’operazione Y, non vuole certo dire di aver confermato la dipendenza di X da Y. Potrei ottenere X anche senza eseguire Y, oppure nel momento in cui eseguo Y può darsi che compia anche qualche altra azione fondamentale di cui non sappia (o non voglia) rendermi pienamente conto.

Un banale esempio: devo prendere la macchina tutte le mattine per andare al lavoro. Per favorire il viaggio, prima di salire in vettura eseguo un giro intorno ad essa, oppure raccolgo un ramo, o tiro una pietra alla mia sinistra, o disegno per terra uno schema del tragitto che devo compiere (magia simpatica...), o qualsiasi altra cosa voi vogliate. Dopo anni di lavoro posso confermare che seguendo questo sistema non ho mai subito un incidente. La conclusione che potrei trarre è che eseguendo il mio gesto preventivo, un vero e proprio gesto rituale (come quelli che Mauritius ha bonariamente preso in giro QUI), ho scongiurato il rischio di incidenti! Ma perché mai dovrei interromperlo se ha sempre dato ottimi frutti? Cosa mi costa continuare nella mia “magia simpatica”? Anche se in realtà so che è la mia guida attenta o il traffico moderato o l’ora del viaggio la vera ragione che ha favorito un percorso senza intoppi, preferisco continuare a seguire una certa regola tradizionale. Niente di male in tutto ciò, ma dire che il ripetersi ininterrotto di eventi sempre positivi è la prova lampante che è stato proprio il gesto a preservarmi sano e salvo è privo di fondamento e tutto da dimostrare. Ho usato una prova fasulla, priva di qualsiasi valore.

Per avere una prova inattaccabile della dipendenza di un effetto da una causa precisa dovrei, come già ben sappiamo, eseguire una serie accurata di controlli statistici su dati continuativi e privi di effetti esterni che li possano alterare. In modo analogo a quanto fatto per la frequenza delle nascite o della criminalità o della pazzia, ecc. Dovrei, in altre parole, eseguire le stesse operazioni agricole in momenti diversi del mese lunare, ripetendole periodicamente. Dovrei anche tener conto dei fattori esterni che in alcuni casi potrebbero alterare i risultati (pioggia, stagioni, vento, ecc.). Dovrei infine applicare metodi statistici corretti, valutando bene gli scarti previsti rispetto al valor medio e calcolare le reali differenze tra i risultati ottenuti nei vari periodi considerati. Ci vorrebbero sicuramente anni e anni prima di poter giungere a conclusioni significative. Ma tutto ciò può essere chiesto ad un agricoltore, che proprio dalle pratiche di campagna trae il sostentamento che gli permette di vivere? Perché dovrebbe rischiare quando fino ad ora tutto è andato per il verso giusto? Chi potrebbe accusare il nostro agricoltore di comportarsi in modo scorretto? In fondo non fa del male a nessuno…

Ne consegue che certi studi su larga scala dovrebbero essere fatti da enti di ricerca “ufficiali”, che siano completamente estranei all’uso commerciale dei prodotti. Non certo da gruppi o associazioni private che, dimostrando qualcosa di particolare pro o contro la Luna, ne approfittino poi per immettere sul mercato un certo preparato od una certa nuova metodologia a pagamento. Purtroppo in questo campo le ricerche sufficientemente estese e puntuali sono molto carenti ed è difficile scovarne qualcuna che sia realmente degna di fede.

D’altra parte la situazione è ben diversa rispetto a quella relativa agli ospedali ed ai commissariati di polizia. In questi casi le nascite, i crimini, i casi di pazzia, ecc... sono eventi che capitano naturalmente e che sono automaticamente registrati. Lo sforzo è solo quello di recuperare ed analizzare i dati. In agricoltura, invece, bisogna prima procurarsi i dati, rischiando in qualche modo sulla propria “pelle”. Difficile quindi dare una risposta definitiva, anche se la logica dei fatti espressi prima sembra proprio convincere che la nostra sorella Luna poco o nulla possa influire su  qualsiasi pratica di campagna.

Io personalmente ho un’esperienza diretta solo in un caso: la raccolta dei funghi. Avendo abitato per svariati anni nella collina torinese, ho avuto occasione di andar per funghi quasi quotidianamente, da aprile fino a novembre. Quello che ho potuto provare è che la nascita dei porcini mi è apparsa sempre legata alla quantità di pioggia caduta nel periodo giusto ed al successivo, più o meno prolungato, periodo di Sole. Se quest’ultimo si protraeva troppo la crescita si interrompeva, così come se iniziava a soffiare un vento abbastanza impetuoso, in grado di abbassare l’umidità del terreno. Tuttavia, quando mancavano i porcini si trovavano facilmente altri tipi di funghi (le mazze di tamburo nel tardo autunno, i gallinacci nella tarda primavera, pochissimi ovuli nella tarda estate, i lattari e le russole a fine ottobre, ecc...). Forse la Luna fa discriminazione tra tipo e tipo di fungo?

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Inoltre, da buon astronomo, ho cercato di registrare i fatti almeno mentalmente e di controllare sul calendario i momenti delle raccolte più ricche o più scarse. La Luna non mi ha mai aiutato. Ho invece trovato essenziali le condizioni atmosferiche, il grado di umidità, le stagioni, il tipo di fungo, la pulizia del bosco, ecc… Tant’è che oggi, con i tagli drastici degli alberi ad alto fusto, la crescita di piante infestanti come l’acacia ed il rovo, la mancata pulizia delle foglie (una volta utilizzate dai contadini della zona), la ricerca dei funghi sta dando risultati molto più scarsi, che mi fanno profondamente rimpiangere i tempi d’oro di una ventina di anni fa, quando riuscivo a trovare anche sette-otto porcini “testa nera” sotto un unico albero. Nel frattempo però la Luna non è cambiata né tanto meno le sue fasi…

Sempre a proposito di funghi, ricordo che anni fa ero solito trascorrere, con la famiglia, l’intero mese di luglio nelle Dolomiti, a fare escursioni e passeggiate in una natura sicuramente unica al mondo. Non c’era giorno, però, che non si concludesse con una più o meno rapida “battuta” alla ricerca di porcini. Avevamo trovato un posto veramente eccezionale (il nostro record è stato un porcino di un chilo ed otto etti, completamente sano), che non posso però menzionare in quanto la raccolta era vietata ai non residenti (vorrei evitare possibili sanzioni anche se tardive!). Ricordo perfettamente che un buon bottino era la norma, in qualsiasi giorno del nostro mese di villeggiatura, alla faccia della Luna Piena o Nuova, della fase calante o crescente. Ben più importante era invece il fatto che quasi quotidianamente vi era un temporale serale e che la mattina dopo un sole splendido illuminava i picchi dolomitici.

 

In conclusione, possiamo serenamente affermare che non c'è niente di criticabile in un agricoltore che organizza il proprio lavoro in base alle credenze tramandate di generazione in generazione, anche se totalmente prive di fondamento scientifico. Tutt'altro discorso, invece, va fatto nei confronti di chi, in mala fede, sfrutta tale ingenua propensione alla credulità per ottenere vantaggi economici... ne parleremo nella prossima puntata!

 

QUI la serie completa "Che fai tu, Luna, in ciel?"

3 commenti

  1. Gianni Bolzonella

    Con la Luna questo mio copia incolla ci sta,con l'articolo molto meno,ma oggi è sabato e l'anima spesso ha sete...                                                                                                                                                   Ma oltre un certo limite una civiltà dell'avere e del successo, del consumo opulento e artificiale perde la propria anima. Da noi sta accadendo, da quando abbiamo largamente smarriti i tre fondamenti dell'equilibro e della ricchezza interiore.

    Perso il silenzio. Ce lo ricorda un cardinale africano, Robert Sarah, nel suo recentissimo La forza del silenzio (Cantagalli, pp. 288, euro 22, prefazione di Benedetto XVI). Viviamo in un mondo di rumori e di chiacchiere (Heidegger), rese perenni dalla tecnologia. Dalla lotta continua alla cuffia continua (anche quando si viaggia o si studia, si fa all'amore o si dorme). Soprattutto «musica» che cancella il suono col rumore. Smarrito quel silenzio, che era lo spazio dell'anima e produceva anche la comunicazione autentica. La parola nasce dal silenzio e in esso si conclude: «Ho compreso il silenzio dell'etere / Mai le parole degli uomini» (Hölderlin).

    Perso il buio. Dovunque e sempre una lux perpetua. L'alba e il tramonto ormai non li vediamo più. Una illuminazione non-stop che non è luce, ma lampadina. Non c'è più quella oscurità abissale della notte, che ci toglieva la visione degli oggetti e diveniva lo strumento della interiorizzazione. Nella pacifica e abissale «noche oscura de l'alma» (S. Giovanni della Croce) ci si rivela una luce diversa. È un buio che ci fa vedere, come ha capito Eliot nel secondo Quartetto: «Ho detto alla mia anima: taci, lascia scendere il buio su di te, così il buio sarà luce, e la quiete danza» (I said to my soul, let the dark come upon you / So the darkness shall be the light, and the stilness the dancing).

    Perso il vuoto. Gli spazi esistono solo per essere riempiti di oggetti, mescolati confusi sovrapposti superflui. Viviamo in un mondo pieno di cose, ne compriamo dovunque per realizzare la nostra volontà di possesso, non è il bisogno che stimola lo shopping, ma il desiderio. Per il vuoto proviamo orrore (horror vacui). Non è più, per noi, cornice dell'armonia e della quiete interiore, come ci hanno insegnato grandi civiltà. La nostra medievale, con la cella vuota del monaco: solo un letto, un tavolo e una sedia, perché nel vuoto si impara a stare con se stesso (habitare secum), ad andare a caccia del proprio io nascosto; e, forse ancor più, quella giapponese con la sua architettura, che produceva case come custodie di un vuoto pieno della natura e di Dio.

    Rumore, luce, pieno non possono certo sparire. Essi accompagnano l'opera dell'uomo nel lavoro e nella trasformazione del mondo. Ma anche silenzio, buio e vuoto debbono avere i loro spazi. Proprio perché l'attività meccanica dell'homo faber trovi compenso in una sfera diversa dell'esistenza. Gianfranco Marra (pubblicato su Italia Oggi)

  2. Gianni Bolzonella

    Scusate l'autore si chiama Gianfranco Morra.

  3. I grandi pensieri e le profonde riflessioni non sono mai fuori tema!!! :-P

    Grazie Gianni...

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