26/10/17

IL SOLE AMA IL NUMERO OTTO: LA STORIA DELLA DISTANZA DEL SOLE. 6 *

Continuiamo il nostro racconto storico-scientifico che ha portato a una determinazione sempre più accurata della distanza della Terra dal Sole, la cosiddetta Unità Astronomica. Questa volta saremo molto… storici.

Il deludente risultato delle campagne del 1761 si deve soprattutto a due motivi: la poca accuratezza dei tempi di ingresso e/o di uscita di Venere (anche 10-15 secondi), causati dal fenomeno, del tutto inaspettato, della “goccia nera” e la scarsa conoscenza delle coordinate di molti luoghi lontani raggiunti dalle spedizioni. Ciò non frenò comunque l’entusiasmo verso il successivo transito del 1769, probabilmente anche perché dopo di esso si sarebbe dovuto aspettare più di un secolo.

Il risultato fu decisamente migliore e sicuramente non raggiungibile con i metodi basati sull’opposizione di Marte. La parallasse ottenuta rimase entro limiti molto più ristretti rispetto a quelli precedenti: da 8.43” a 8. 80”. Ormai l’otto non si smuoveva più, ma ulteriori miglioramenti erano praticamente impossibili. Nel 1874, durante il successivo transito, si ottenne un valore ancora affetto da un errore di circa il 2%, che venne considerato il migliore ottenibile attraverso Venere. Il valore adottato per l’Unità Astronomica risultò essere 148. 9 +/- 2.6 · 106 km, ossia ci si avvicinò a 1 (il valore odierno) fino a 0.9953 +/- 0.017. Si doveva utilizzare qualcosa di diverso, basato magari sulle leggi della gravitazione e delle perturbazioni.

Ci torneremo sopra, ma, per il momento, dedichiamoci ancora al transito del 1769 e, in particolare, a una spedizione diventata celeberrima non certo per il solo transito di Venere: il primo viaggio di James Cook. L’interesse astronomico passa in secondo piano, ma il salto qualitativo ottenuto nella conoscenza del pianeta Terra non può che farlo considerare una grande scoperta planetologica!

La Royal Navy e la Royal Society decisero di partecipare alla campagna per l’osservazione di Venere, affiancandole una missione geografica verso la misteriosa “Terra Australis Incognita”, che era stata individuata e vista direttamente nel 1642 da Abel Tasman, ma che restava ancora un sogno più che una realtà. Ovviamente non si trattava solo di Scienza… dato che il motivo più profondo e pratico era di innalzare la bandiera inglese sui nuovi territori e colonizzare quelle terre così lontane. La cosa risultò chiaramente dalla documentazione segreta data al capitano della spedizione.

La scelta del capitano non fu una faccenda immediata. La scelta cadde subito sul geografo Alexander Dalrymple, ma si scontrò con il categorico rifiuto di Edward Hake, First Lord of the Admiralty, che disse che si sarebbe tagliato la sua mano destra piuttosto che dare il comando di una sua nave a una persona che non fosse un esperto uomo di mare. Questa dura presa di posizione fu dovuta, principalmente, alla insubordinazione che scaturì nel 1698 sulla nave Paramour da parte degli ufficiali che si rifiutarono di prendere ordini da un inesperto di marina come Edmond Halley!

La disputa si risolse, quando l’ammiragliato propose il nome di un giovane ufficiale con una buona conoscenza di cartografia e matematica, che venne promosso immediatamente luogotenente: James Cook.

La ricostruzione della Endevour fa bella mostra di sé a Cooktown in Australia
La ricostruzione della Endevour fa bella mostra di sé a Cooktown in Australia

La nave Endeavour salpò il 26 agosto del 1768 da Plymouth, dirigendosi e doppiando Capo Horn ed entrando nell’Oceano Pacifico. La meta era Matava Bay nell’isola di Tahiti (mica male, eh…) che raggiunse il 13 aprile 1769, dove doveva essere osservato il transito di Venere del 3 giugno. Cook fece costruire un piccolo osservatorio e un forte, nel luogo oggi chiamato Venus Bay. L’astronomo incaricato dell’osservazione era Charles Green. Si dice anche che il gruppo inglese si divertì non poco con le ragazze indigene…

Cook scrisse alcune righe il giorno dell’evento: “Sabato 3. La giornata era favorevole per i nostri scopi come meglio non potevamo sperare: nessuna nuvola per tutto il giorno e l’aria perfettamente chiara [… ] abbiamo visto distintamente l’atmosfera che circondava il pianeta, cosa che ha disturbato non poco la determinazione degli istanti di contatto, soprattutto quelli interni. Eravamo in tre a eseguire le osservazioni: Solander, Green e il sottoscritto. Purtroppo, i tempi rilevati differivano tra loro molto di più di quanto ci saremmo aspettati.

La ragione delle grandi differenze era da ricercare nella goccia nera che aveva una particolare importanza per la strumentazione usata da Green. Quando i loro risultati furono confrontati con quelli degli altri osservatori sparsi per il mondo, risultarono particolarmente inattendibili. In ogni modo, non pensiamo che Cook sia rimasto veramente scoraggiato da quell’esercizio astronomico… lui aveva ben altro a cui pensare.

Si rimise in viaggio verso il misterioso continente, supposto essere particolarmente ricco. Quello era il vero motivo, “coperto” sapientemente dal transito di Venere. Cook doveva stabilire il possesso inglese prima dell’arrivo di altri rivali europei. Aiutato da un nativo del luogo, molto esperto della geografia del Pacifico, raggiunse la Nuova Zelanda il 6 ottobre del 1769, come secondo europeo (dopo Tasman) a raggiungere quello che si pensava facesse parte del nuovo continente. Cook fece una mappa molto accurata delle due isole principali con pochissime inesattezze.

La mappa della Nuova Zelanda disegnata da Cook
La mappa della Nuova Zelanda disegnata da Cook

Lasciata la Nuova Zelanda si diresse verso nord-ovest alla ricerca della costa orientale dell’Australia, mai visitata prima dagli europei. Egli percorse tutta la costa est e poi la costa nord fino a rientrare nelle zone più conosciute dell’Oceano Indiano. Cook decise di scendere a terra e lo fece nella baia a cui fu dato il nome di Botan Bay, luogo che sembrava ideale per le truppe inglesi che sarebbero arrivate, in seguito, per la vera e propria occupazione. Gli aborigeni di quella zona si mostrarono subito molto ostili. In realtà, fu poi scelta una baia non molto distante in cui venne fondata la città di Sidney.

Riprendendo il viaggio, la nave di Cook subì l’urto contro la barriera corallina che le procurò gravi danni, costringendo l’equipaggio a una sosta di sette settimane. In quel luogo, oggi Cooktown, gli aborigeni si mostrarono molto più pacifici e amichevoli. Il nome che la tribù dava a un simpatico animale saltellante suonava come “gangurru”, da cui il nome ormai celeberrimo di Canguro.

Finalmente, la nave raggiunse Giava nel settembre del 1770. Al ritorno verso l’Inghilterra, Cook doppiò il Capo di Buona Speranza e fece sosta all’isola di Sant’Elena. Entrò nel canale della Manica il 12 luglio e Cook sbarcò, dirigendosi subito a Deal nel Kent. Il suo arrivo passò inosservato e solo molti giorni dopo la stampa ne venne a conoscenza. Ormai si pensava che l’Endevour fosse stato affondato dai francesi.

Il primo viaggio di James Cook
Il primo viaggio di James Cook

Il giro del mondo si era concluso, dando informazioni importantissime sul continente del Pacifico. In fondo, a Venere nessuno pensava più.

 

La storia non finisce qui...

 

QUI la serie completa degli articoli dedicata alla storia del calcolo della distanza del Sole

Questo articolo è stato inserito nella pagina d'archivio "Venere: la dea della bellezza", in "Sistema Solare"

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