Apr 14

AMADEO PETER GIANNINI (tra banche, cinema, ponti sospesi e Universi paralleli)

Questo è il primo articolo della serie "Ponti sospesi, catenarie, parabole & co."

 

Alzi la mano chi conosce Amadeo Peter Giannini!

Probabilmente qualcuno lo farà, sicuramente molti altri no. Neanch’io, lo confesso, pochi giorni fa l’avrei alzata. E me ne vergogno. Poi, grazie ad un video diffuso dalla Fondazione Luigi Einaudi, che mi ha fatto conoscere l’amico Fiorentino Bevilacqua, è nata l’idea di versare una gocciolina nel mare della conoscenza di questo grande italiano, ingiustamente poco conosciuto tra i suoi connazionali.

Ma poteva il nostro super-prof. accontentarsi di questo? Naturalmente non poteva. Infatti questo articolo costituisce solo uno spunto per molti altri articoli nei quali vi sveleremo il segreto di come è possibile arricchirsi speculando in Borsa e poi investire i guadagni nel cinema e in grandi opere pubbliche per eludere le tasse!

Paura eh?!?

Tranquilli, non siamo impazziti. In realtà i prossimi articoli parleranno di funzioni iperboliche, di Galileo e di ponti sospesi. Se non ci credete, non vi resta che armarvi di pazienza e attendere le prossime puntate per verificare con i vostri occhi in che modo l’incredibile storia di questo signore possa correlarsi a siffatti argomenti.

In questo primo articolo, invece, scoprirete come mai, tra gli infiniti possibili Universi paralleli (sempre che esistano) condividiamo con A.P. Giannini quello in cui possiamo emozionarci con i film di Charlie Chaplin, divertirci con quelli di Walt Disney, riflettere con quelli di Frank Capra e attraversare la baia di San Francisco in pochi minuti grazie ad una delle più ardite opere di ingegneria che mente umana abbia mai concepito: Il Golden Gate Bridge.

Lasciamo, quindi, la parola al diretto interessato…

[il monologo che segue è frutto di fantasia e liberamente tratto dalle informazioni storiche disponibili su “Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro” di Guido Crapanzano. Le frasi in grassetto sono citazioni attribuite a Giannini]

 

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Amadeo Peter Giannini (1870 - 1949)

 

La storia che sto per raccontarvi sembra iniziare il giorno della mia nascita, avvenuta il 6 maggio 1870 a San Josè in California, ma, in realtà, quel giorno ha rappresentato solo una delle tappe di una storia più grande, di cui fa parte anche la breve ma intensa vita di mio padre Luigi che, emigrato in America nel 1859, tornò dieci anni dopo nel paese di origine (Favale di Malvaro in Liguria), al solo scopo di trovare una brava ragazza da sposare per poi tornare oltreoceano. Se vi sembra strano, pensate quale doveva essere la concorrenza in California, dal momento che, per ogni donna in età da marito, c’erano ben cinque uomini in cerca di moglie! Fortuna che mio padre non era tipo da scoraggiarsi facilmente e, a dimostrazione che la fortuna aiuta gli audaci, non si limitò a trovare una moglie, ma trovò la compagna di vita, nonché futura madre dei suoi figli, ideale. Si chiamava Virginia Demartino.

Se il lavoro non ti spaventava, non era difficile, nel contesto di effervescente espansione economica che caratterizzò la seconda metà del XIX secolo in California, condurre una vita, se non agiata, quantomeno dignitosa. Ma i miei genitori andarono ben oltre questo risultato. Avevano un sogno, quello di gestire una tenuta agricola, e, nel giro di soli quattro anni, grazie ai guadagni realizzati con una pensione da poche camere prima e un hotel con saloon poi, riuscirono a realizzarlo. La vicinanza al porto di Alviso del “Giardino delle delizie” (questo il nome scelto da mia mamma per la tenuta) fu l’elemento chiave del suo successo, dal momento che consentiva di fare arrivare in poche ore ai commercianti di San Francisco (collegato con Alviso da un grande battello a ruota) frutta e ortaggi appena colti, quindi ricercati e molto ben pagati.

In quello che per me era un paradiso terrestre, ero la gioia fatta persona! Mi alzavo molto presto per raccogliere le uova e cercavo di rendermi utile con piccoli lavoretti nei campi. Anche le lezioni di italiano, inglese e di piccola contabilità domestica che, con infinita pazienza, mi dispensava mia mamma, erano per me un bellissimo gioco. Fu così che, ridendo e giocando, tra i quattro e i cinque anni sapevo già leggere e scrivere in due lingue, oltre a svolgere le quattro operazioni fondamentali. Inutile dire che la scuola non fu mai un problema per me: mi bastava stare molto attento in classe…

Come ogni sogno che si rispetti, però, arrivò il momento del brusco risveglio. Era il 14 agosto 1876 quando mio padre venne ucciso da un bracciante, al culmine di una lite sorta per un dollaro di differenza sul salario. Quell’evento segnò indelebilmente tutta la mia esistenza non solo per il trauma e il dolore conseguenti ad una perdita così grave, ma per la consapevolezza, acquisita nel tempo, di quanto il morboso attaccamento al denaro possa essere deleterio (1).

Ma non sarebbe stato sufficiente un singolo accadimento, per quanto importante, a plasmare il mio rapporto col denaro, se non avessi ricevuto quei sani insegnamenti di vita di cui mia mamma e Pop (alias Lorenzo Scatena, suo secondo marito nonché mio affettuoso patrigno e futuro insostituibile socio in affari) furono generosi dispensatori. Se, infatti, compresi presto che “il denaro non si crea con l’astuzia, ma prima con il lavoro e poi con la saggezza”, è stato grazie al loro esempio e a come mi hanno guidato mentre muovevo i primi passi nel mondo del lavoro.

In questo fui molto precoce! A soli dieci anni, infatti, visto che avevo la fortuna di non dover passare i pomeriggi sui libri per prendere bei voti a scuola, chiesi e ottenni il permesso di cercarmi un vero e proprio lavoro retribuito. Così il mio tempo libero lo impiegavo per dare una mano al proprietario del Swisse Hotel a San Josè (quello che i miei genitori avevano venduto nel 1874 per comprare la tenuta) e ciò che guadagnavo lo consegnavo orgogliosamente a mia mamma, convinto di contribuire al mantenimento della famiglia. Non potete capire la mia gioia quando, tempo dopo, mi vidi restituire tutto il mio gruzzoletto insieme ad un salvadanaio dove poter custodire anche i futuri risparmi!

Intanto la vita continuava a scorrere veloce e, dopo avere dato in gestione il Giardino delle Delizie, nel 1882, ci traferimmo a San Francisco, dove Pop, con la neocostituita “L. Scatena & Co.”, aveva appena avviato un’attività di commercializzazione di frutta e verdura. Dalle finestre del piano superiore della nuova casa si godeva una vista mozzafiato sulla baia: se qualcuno, in quel momento, mi avesse detto quanto quella baia, mezzo secolo dopo, sarebbe cambiata anche grazie a me, lo avrei preso per pazzo.

Ora che avevo a disposizione un’azienda di famiglia, potevo non insistere affinché mi fosse consentito di dare il mio contributo? Ovviamente non potevo. Quindi, ottenuto il beneplacito materno a seguito delle rassicurazioni degli insegnanti sul mio andamento scolastico, mi buttai a capofitto in questa nuova avventura. E, grazie ad essa, mi resi conto che contabilità, amministrazione e finanza mi erano molto congeniali.

Ma non solo… facendo tesoro di quello che mi ripeteva spesso il mio compagno di banco al College Alan Levine (“Nel commercio, chi più sa più guadagna”), non perdevo occasione per reperire quante più informazioni possibili sul commercio e l’economia. Chiedevo, leggevo, mi informavo… ma niente fu più prezioso dell’esperienza acquisita sul campo. Come, per esempio, poter assistere direttamente a quel campionario di varia umanità che, urlando, discutendo, litigando in tutte le lingue del mondo, si scambiava merci sui moli di San Francisco ancor prima dell’alba(2). Oppure poter parlare con contadini provenienti dai paesi più diversi, ascoltare le loro esperienze sulle più disparate tecniche agricole, promuoverne la sperimentazione e valutarne i risultati, per poi consigliare quelle che, alla prova dei fatti, avevano dato i risultati migliori. Fu così che i miei consigli si trasformavano in maggiori profitti per chi li seguiva.

Ero ancora soltanto un ragazzo, ma già cominciavo a comprendere come le relazioni personali fossero cruciali per progredire nel campo professionale. Certo, come ogni medaglia ha il suo rovescio, anche tessere rapporti personali non è tutto rose e fiori e, quando una persona che conosci attraversa delle difficoltà, come puoi voltarle le spalle facendo finta di niente? Non puoi. E’ così che, visto che la “L. Scatena & Co.” navigava in buone acque, proposi a Pop di concedere prestiti agli agricoltori in difficoltà (spesso danneggiati da eventi atmosferici avversi), in modo da consentire loro di ripartire. E a quelli che, per l’atavica paura di contrarre debiti, rifiutavano il finanziamento, offrivamo un pagamento anticipato dei futuri raccolti (ma solo a quelli di provata onestà). Così fidelizzammo molti clienti che non ci avrebbero lasciati mai più.

A sedici anni, conquistata definitivamente la fiducia dei miei genitori nei confronti delle mie capacità lavorative, cominciai a viaggiare in lungo e in largo per la California per cercare nuovi clienti. Non vi dico la soddisfazione quando riuscii ad aggiudicarmi un intero raccolto di pompelmi: nessuno a San Francisco aveva mai assaggiato quei frutti succosi prima di allora… fu un enorme successo! E, di successo in successo, l’azienda di famiglia prosperava, le soddisfazioni personali non mancavano e non mi importava che il mio compenso non fosse all’altezza del fatturato che generavo. Sapevo che ciò era frutto di una consapevole scelta familiare, dal momento che, come non mancava mai di ripetermi Pop, “i soldi è importante averli in testa, perché quelli in tasca possono anche svanire”.

E così arriviamo al 1901. Avevo trentun anni, già da quindici portavo avanti un’intensa e proficua attività (della quale, nel frattempo ero diventato socio al 50%), avevo sposato la mia adorata Clara (3) (“la migliore opportunità della mia vita!”), nutrivo molti interessi che non avevo il tempo di coltivare… valeva la pena continuare in quel modo per diventare ancora più ricco? No, non volevo diventare troppo ricco perché “nessun ricco possiede veramente la ricchezza, al contrario, ne è quasi sempre posseduto”. Quindi, d’accordo con Pop, vendetti la mia metà dell’azienda ai dipendenti (che furono ben felici di acquistarla, visto che, oltre ad essere un investimento molto redditizio, ebbero la possibilità di pagarlo senza sborsare un soldo, ma col frutto del loro lavoro) e cominciai a godermi la maggiore libertà finalmente conquistata.

Ricordo con grande piacere il tempo libero trascorso in famiglia e le serate in compagnia di intellettuali, ricercatori, imprenditori, predicatori, artisti, scrittori… chiunque potesse aggiornarmi sulle nuove correnti di pensiero. Con un occhio di riguardo alla nascente disciplina della psicanalisi, il cui fascino mi conquistò quando lessi questa frase in un libro di Freud “Chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire, si convince che i mortali non possono celare alcun segreto. Chi tace con le labbra chiacchiera con le punta delle dita, è spinto a tradirsi attraverso tutti i pori”. Avevo sempre, pur inconsapevolmente, applicato la tecnica suggerita da Freud per valutare l’affidabilità di clienti e soci in affari: da quel momento in poi la seguii ancor più attentamente. E feci bene, visto che presto, mio malgrado, il destino bussò alla mia porta per catapultarmi di nuovo nel modo del lavoro. Un mondo in cui la valutazione dell’affidabilità delle persone era un aspetto tutt’altro che secondario.

Fu nel 1902, infatti, che, a seguito della morte di mio suocero, la sua famiglia mi chiese di amministrare l’intero patrimonio ereditato. Ne avrei anche fatto a meno, ma non potevo deludere la mia Clara. E forse è stato un bene che sia andata così…

Oltre alle tante proprietà immobiliari, mio suocero deteneva un pacchetto azionario di una banca, la Columbus Saving & Loan, e faceva parte del consiglio di amministrazione. Non sapevo niente di banche, quindi ne studiai la storia e, convintomi che compito della banca fosse quello di aiutare chi è in difficoltà(4), intrapresi la nuova avventura carico di entusiasmo e buone intenzioni! Ben presto, però, mi resi conto che a nessuno interessava dare soldi a chi ne aveva bisogno per lavorare, si preoccupavano soltanto di darli a chi già li aveva! Mi illusi di riuscire a cambiare qualcosa e ci provai, ma purtroppo non riuscii a fare comprendere a quella massa di avidi che si può cercare il profitto, pur lavorando in modo etico e aiutando le persone in difficoltà (in fondo la mia storia personale era lì a dimostrarlo). Non ci fu niente da fare: l’unica logica da cui si lasciavano guidare era quella del profitto immediato, con buona pace della solidarietà personale e del benessere collettivo. Eppure non mi sembrava così difficile capire che il vero potere si alimenta dell’affetto e dell’ammirazione che gli altri nutrono per chi sa rispondere alle loro esigenze(5).

Resistetti due anni prima di andarmene via, letteralmente sbattendo la porta, al termine di un a dir poco movimentato consiglio di amministrazione. Quello stesso giorno mi presentai nell’ufficio dell’amico James Fagan, funzionario dell’American National Bank, urlando “Giacomo, apro una banca. Dimmi come si fa!”. Ai suoi tentativi di dissuadermi spiegandomi che, oltre a non essere impresa facile, San Francisco era già anche troppo piena di banche, risposi “Sì, ma non del tipo che sto aprendo io”.

Quell’incontro terminò con un forte abbraccio e segnò l’inizio di un’avventura che, oltre a darmi tante soddisfazioni, mi piace pensare che abbia cambiato in meglio il mio mondo e quello delle future generazioni.

Per prima cosa, mentre preparavo la trafila di documenti e attendevo l’autorizzazione all’apertura della banca, mi preoccupai di reperire il capitale iniziale e, nonostante avessi potuto farlo vendendo qualcuno dei miei immobili, scelsi la strada dell’azionariato popolare: alla fine della raccolta oltre la metà della banca era di proprietà di fornai, pescatori, muratori, barbieri, artigiani, commercianti… ovvero coloro al cui vantaggio l’attività della banca si sarebbe orientata. Lo slogan pubblicitario avrebbe potuto essere “La Bank of Italy sei tu, chi può darti di più?” (peccato non averci pensato a quello slogan, tornassi indietro…). Sì, è proprio questo il nome che scelsi: BANK OF ITALY. Vi piace?

Le regole d’oro che imposi erano poche e semplici: gli interessi sui prestiti e le commissioni sui trasferimenti di denaro dovevano essere molto più bassi di quelli praticati dalle altre banche, si doveva riconoscere un tasso d’interesse attivo sulle somme depositate (eravamo gli unici a farlo), non si dovevano prestare soldi per giocare in Borsa, si concedevano prestiti a partire da piccole cifre (che le altre banche non davano in quanto non convenienti) e, soprattutto, “l’unica garanzia richiesta erano i calli sulle mani e la faccia del cliente” perché “un banchiere degno di questo nome non deve negare il credito a nessuno, purché sia onesto”.

Da allora la Bank of Italy fece molta strada(6) ma a quelle poche e semplici regole non permisi mai a nessuno di derogare. Nemmeno quando, il 18 aprile 1906, un tremendo terremoto distrusse buona parte di San Francisco! Sei giorni dopo il disastro, infatti, mentre quasi tutte le altre banche chiudevano i cordoni della borsa per il timore di non vedersi restituire i prestiti, la mia andava incontro a chi aveva bisogno al suon di “Prestiti come prima, più di prima”. Fummo presi d’assalto da una folla di bisognosi a cui concedevamo prestiti senza fare domande, semplicemente annotando nomi e cifre (a volte firmati con una croce...). Mi commuovo ancora quando ripenso al fatto che di tutte le vittime del terremoto a cui ho prestato denaro, neanche una ha mancato di restituirlo”. Fu allora che decisi che avrei fatto il banchiere per tutta la vita.

Non per questo, però, avevo intenzione di trascurare i miei molteplici interessi, uno dei quali era il cinema. Mi affascinava tanto il cinema per la sua capacità, che avevo intuito fin dai primi film muti, di trasmettere modelli di vita (preferibilmente positivi)(7) ad una platea di milioni di persone (altro che teatro!). Fu così che, nel 1920, decisi di allargare il raggio d’azione della banca alla cinematografia, offrendo ai produttori tassi di interesse più bassi di quelli che erano soliti sentirsi chiedere.

Incaricai mio fratello Attilio di occuparsi personalmente di questo settore e fu proprio lui a sottopormi il caso di un giovane artista di talento che non riusciva a trovare nessuno disposto a finanziare il suo progetto di film: “bello, ma poco commerciale” era la risposta che si era sentito dare più volte. Volli conoscere personalmente l’artista e mi innamorai letteralmente del film che aveva in mente, al punto che gli offrii una cifra superiore a quella che mi aveva, timorosamente, richiesto. Ma i soldi non erano l’unico ostacolo da superare: il progetto del film era nato due anni prima e il bambino che avrebbe dovuto essere il co-protagonista, nel frattempo, era stato scritturato per “Oliver Twist”: al termine della lunga lavorazione, il bambino sarebbe stato troppo grande per la parte che era stata pensata per lui. Scritturare un altro bambino? Neanche a parlarne: il film era stato ispirato dall’espressività di quel faccino. O con lui o niente. Quando ormai stavo per perdere le speranze di trovare una soluzione, chiesi all’artista se sapesse chi era il produttore di Oliver Twist e la risposta fu “Sol Lesser”… la sera stessa eravamo ospiti a casa di Sol che, alla mia richiesta di procrastinare la produzione di Oliver Twist per dare la precedenza al “mio” film, mi rispose che ogni mio desiderio era un ordine. Tra lo stupore e il divertimento di tutti i commensali, l’artista improvvisò uno dei suoi balletti (che sarebbero in seguito diventati famosi) sul tavolo, rovesciando tutto ciò che c’era sopra! Il suo nome era Charlie Chaplin e l’anno seguente il suo film “Il monello” era su tutti gli schermi d’America, consacrandolo al grande pubblico. Dal canto suo, la Bank of Italy rientrò dell’investimento in sole sei settimane e, negli anni a seguire, realizzò grandi profitti in questo settore.

Fin dal 1909, ovvero da quando gli finanziai l’apertura della sua prima sala cinematografica, Sol Lesser ed io amavamo passare serate godendo della reciproca compagnia e non era infrequente, a mano mano che si diffondeva la sua fama di produttore e distributore di film, condividere le serate con artisti affermati o emergenti. Con uno di questi avevo in comune l’interesse per le tecniche di comunicazione e passavamo intere serate a parlarne appassionatamente: io le applicavo per sviluppare il mio business, lui ai personaggi che disegnava, per farli apparire teneri, onesti, aggressivi, insensibili, simpatici… e doveva essere proprio un maestro in questo, se fu capace di trasformare l’animale più odiato dagli americani in uno dei personaggi più amati di tutti i tempi: Mickey Mouse, per gli amici italiani Topolino! Nel 1934, quando Walt decise di fare il salto di qualità e passare ai lungometraggi, non erano pochi quelli che etichettarono il progetto del film “Biancaneve e i sette nani” come la follia di Disney. Basti pensare che, dai 250.000 dollari inizialmente preventivati, arrivò a costare un milione e mezzo. Fortuna che credevo fermamente nel suo progetto e i soldi glieli detti io. Dopo tre anni di impegnativa lavorazione, Biancaneve uscì e fu un successo mondiale: solo nel primo anno incassò otto milioni di dollari! Potevo non finanziare i suoi futuri film?

Sempre nel 1934 finanziai “Accadde una notte”, ovvero quello che fu il primo film di successo di Frank Capra, un giovane e talentuoso ingegnere di origine siciliana, arrivato negli Stati Uniti da bambino e rimasto disoccupato a seguito della grande crisi del 1929. Il nostro sodalizio proseguì per tutta la vita, alimentato da una solida amicizia costruita su quegli stessi valori che venivano diffusi grazie ai suoi film (alla stesura della cui trama spesso collaboravo anch’io). Il caro Frank, in segno di riconoscenza e stima, volle dedicarmi il personaggio di George Bailey ne “La vita è meravigliosa”.

Nei primi anni trenta, un altro ingegnere, Joseph Strauss, bussò alla mia porta per un progetto importante. Questa volta non si trattava di un film, ma di un ponte che avrebbe cambiato per sempre il volto della meravigliosa baia di San Francisco e dell’intera città. Erano anni difficili, la grande crisi faceva ancora sentire pesantemente i suoi effetti sull’economia e non era facile reperire i soldi necessari per realizzare un’opera ingegneristica tutt’altro che priva di rischi. Immaginatevi il suo stupore quando gli dissi che non solo gli avrei accordato il finanziamento, ma che avrei rinunciato agli interessi se si fosse impegnato ad avvalersi solo di lavoratori di San Francisco. Così contribuii al finanziamento del ponte con sei milioni di dollari e, oltre a dare impulso all’economia locale, ebbi il vantaggio di garantire uno stipendio a molte persone che avevano un debito con me. Il ponte venne inaugurato nel 1937 e mantenne a lungo il primato di ponte sospeso più lungo del mondo.

 

Il nostro Amadeo (A.P. per gli amici) potrebbe continuare per ore e ore a raccontarci la sua vita… tra le tante cose, ci racconterebbe che il figlio Mario si preoccupò di fare uscire molti italiani confinati nei campi di internamento dopo la fine della seconda guerra mondiale e si adoperò per evitare la detenzione ad altri italoamericani (discriminati perché accusati di avere simpatizzato per l’Italia fascista, nonostante molti dei loro figli avessero combattuto nell’esercito alleato). Uno dei tanti che Giannini fece uscire di prigione e, successivamente, aiutò ad acquistare la sua prima barca per tornare a fare il pescatore, si chiamava Giuseppe Di Maggio ed era il padre di Joe (futura leggenda del baseball, nonché marito di Marylin Monroe nel 1954-55).

Non mancherebbe, inoltre, di raccontarci, con una punta di orgoglio, di avere fondato nel 1945 la “Giannini & Family Foundation” con lo scopo di offrire borse di studio ai familiari dei suoi dipendenti per promuovere la ricerca medica.

E, dulcis in fundo, non potrebbe mancare il racconto di quel suo viaggio in Italia nell’immediato dopoguerra, al termine del quale, preso atto della grave situazione in cui si trovava il nostro paese, decise di anticipare quella enorme pioggia di soldi comunemente nota come Piano Marshall, che gli Stati Uniti avevano deciso di investire per evitare che questa “portaerei nel Mediterraneo” finisse a fare parte del blocco sovietico. Neanche per questo chiese interessi… del resto poteva permetterselo: pochi mesi prima, il 15 maggio 1945, lasciando la carica di presidente di quella che, nel frattempo era diventata la “Bank of America NT & SA”, aveva annunciato che essa era in quel momento la banca più grande del mondo.

Amadeo Peter Giannini morì il 3 giugno 1949. Ai suoi funerali partecipò una folla immensa, ma non quelli che chiamava “i miei ragazzi e le mie ragazze”, ovvero i dipendenti che, per suo espresso desiderio, gli resero onore mantenendo aperte quel giorno tutte le filiali della sua banca. Al termine di accurato inventario, il valore di tutti i suoi beni personali risultò pari a 489.278 dollari. L’obiettivo di non superare i 500.000 dollari era stato raggiunto e tenacemente mantenuto (rifiutando premi e percependo un simbolico compenso di un dollaro all’anno a partire dal 1921 e per tutto il resto della vita).

Questo e molto altro (in particolare tutti i dettagli della sua avventura imprenditoriale), potete trovarli in “Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro” di Guido Crapanzano.

Ora non mi resta che cedere la parola a Vincenzo e Maurizio che vi delizieranno con articoli, alcuni più tecnici altri meno, dedicati a ponti sospesi e dintorni…

Prima, però, non potete perdervi il video che ha dato il via al progetto. Eccolo qua!

Video Amadeo Peter Giannini

 

NOTE:

  1. Anche all’epoca, un dollaro era una cifra irrisoria https://it.wikipedia.org/wiki/Gilded_Age
  2. Per poter compiere buoni affari, era importante arrivare presto sui moli e piazzare i propri banchi nelle posizioni migliori. Non mancavano, quindi, gruppi organizzati di farabutti che, con violenza e soprusi, tentavano di cacciare chi era arrivato prima di loro. A soli 15 anni, già conosciuto e rispettato in quel difficile ambiente, Giannini convinse i maggiori operatori a reclutare una squadra di vigilanti preposta a mantenere l’ordine. E’ probabilmente grazie anche ad iniziative come questa (da lui portate avanti anche in contesti diversi, nell’arco di tutta la sua vita) se, contrariamente a quello che avvenne dalla altra parte degli Stati Uniti, sulla costa del Pacifico non riuscirono a prosperare i clan criminali e mafiosi.
  3. Il 12 settembre 1892 fu celebrato il matrimonio tra A.P. Giannini e Clorinda Agnes Cuneo, il cui padre Giuseppe (anch’egli emigrato dalla Liguria a metà del XIX secolo, come il padre di Amadeo) aveva accumulato un ingente patrimonio immobiliare investendo i guadagni ottenuti durante il periodo della c.d. febbre dell’oro.
  4. Oltre a documentarsi sulla nascita del sistema bancario (apprendendo che i primi istituti di credito, fondati in Italia durante il Rinascimento, erano stati creati per aiutare gli indigenti), Giannini fu colpito da un saggio del canonico napoletano Carlo Celano, nel quale si raccontava la storia di un avvocato che, dopo avere fatto imprigionare un pover’uomo che non era riuscito a saldare il suo debito con un usuraio, gli regalò la cifra necessaria per pagare ed uscire di prigione: dopodiché quell’avvocato fondò il Monte de’ Poveri, una confraternita che aveva lo scopo di aiutare chi veniva incarcerato per la sola colpa di essere povero. Fu studiando questi testi che Giannini si convinse che “Un banchiere dovrebbe considerare se stesso un servo del popolo, un servo della comunità”
  5. Alla vicenda si ispirò Frank Capra per il film “La follia della metropoli” (1932) https://it.wikipedia.org/wiki/La_follia_della_metropoli
  6. La Bank of Italy venne inaugurata il 17 ottobre 1904: aveva tre dipendenti e il primo giorno raccolse depositi per 8.000 dollari. Dopo poco più di un anno aveva già sei dipendenti e depositi per 700.000 dollari. Nel 1909 iniziò l’apertura di nuove filiali. Di anno in anno, nonostante le gravi crisi finanziarie del 1907 e del 1929, dipendenti, depositi e filiali continuarono la loro crescita inarrestabile. Nel 1930 si fuse con la Bank of America N.T. e, nel 1936, risultava già essere la quarta banca degli Stati Uniti con oltre 6.000 dipendenti dislocati su 247 città. Nel 1945 era diventata la più grande banca del mondo.
  7. Giannini collaborò con l’avvocato William Harrison Hays alla stesura di quello che sarà chiamato “Hays Code”: un codice etico che avrebbe impegnato i produttori a non realizzare film contrari a valori etici, ovvero quelli che violavano la regola che il crimine non paga. Il codice entrò in vigore nel 1934 e venne rispettato fino al 1960 (quando il cinema, sempre più in competizione con la televisione, si adeguò alle richieste del pubblico). Giannini era mancato undici anni prima e gli fu risparmiata questa delusione.

4 commenti

  1. maurizio bernardi

    Grazie Dany, adesso voglio vedere chi non alza la mano!

  2. Lino MANCINI

    Non conoscevo Giannini, grazie per avermelo fatto conoscere con un monologo avvincente.

  3. Daniela

    Chissà, caro Lino, che suo figlio non sia occupato anche del rientro in Italia di Fiorenzo Capriotti... :wink:

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