31/03/22

"Cadono sempre in piedi": Gatti di Scienza

Questo è l'ottavo articolo della serie "Il fantastico mondo del gatto"

 

Concludiamo la serie di articoli dedicata al riflesso di raddrizzamento aereo dei gatti con una leggera e (ci auguriamo) piacevole carrellata storica sul rapporto tra uomini di Scienza e i loro a-mici, da Newton fino ai nostri giorni.

Ci spiace deludervi, ma la storia che sarebbe stato ISAAC NEWTON (1642-1727) ad inventare la gattaiola (quella piccola apertura nelle porte che consente ai gatti di entrare e uscire in autonomia) non può essere vera perché se ne trova traccia ne “I racconti di Canterbury” scritti da Geoffrey Chaucer nel 1386. Chissà perché al Trinity College si sono divertiti per secoli a tramandare questa leggenda… ma facciamocene una ragione, non lo sapremo mai. In realtà non ci sono neanche evidenze storiche del fatto che Newton abbia mai avuto gatti né altri animali domestici, in compenso conosciamo molte altre storie di scienziati, più o meno celebri, le cui vicende umane e scientifiche si intrecciano con quelle dei loro felini compagni di vita.

Uno di essi si chiamava ROWAN HAMILTON (1805-1865) e, come raccontava sua sorella, “spesso lo si vedeva scrivere un articolo di matematica con uno dei suoi gatti o cuccioli preferiti che, posato sulla spalla, cercava di afferrare la penna per gioco”. Hamilton fu astronomo, fisico e matematico e, nonostante l’azione di "disturbo" svolta dai suoi a-mici, ci ha lasciato in eredità una sofisticata riformulazione matematica delle leggi del moto di Newton, in seguito rivelatasi molto utile nella fisica quantistica oltre che in quella classica: stiamo parlando della funzione hamiltoniana.

Altra storia curiosa è quella che vede protagonista ROBERT WILLIAM WOOD (1868-1955): pioniere delle ricerche sulla luce ultravioletta nonché esperto di spettroscopia (lo studio della struttura della materia tramite la misurazione dello spettro della luce), aveva ideato un modo ingegnoso per farsi aiutare dai gatti negli esperimenti. Nel fienile della casa in cui trascorreva le estati aveva organizzato un laboratorio dotato di uno spettrografo a reticolo di dodici metri che, nei lunghi mesi in cui giaceva inutilizzato, si trasformava in accogliente rifugio per fauna selvatica e si riempiva di ragnatele, ma Wood non ci pensava proprio a sudare sette camicie per ripulirlo: gli bastava infilare il gatto in un’estremità, chiuderla e, in men che non si dica, il furente felino correva per l’intero tubo per guadagnare l’altra uscita, rimuovendo efficacemente tutte le ragnatele. Crudele? Forse un pochino sì, ma in fondo la brutta avventura per il micione durava solo pochi secondi, non c’era pericolo che si facesse del male e certamente sarà stato ricompensato con una doppia dose di coccole, probabilmente concessa durante la scrittura dei suoi libri di fantascienza. Perché pochi lo sanno, ma Wood tra il 1915 e il 1916 scrisse due libri che, almeno quanto a capacità profetica, niente hanno da invidiare alle più blasonate opere di Giulio Verne: “The man who rocked the Earth” (storia di uno scienziato che costringe i paesi in guerra di tutto il mondo a fare la pace minacciandoli di fare esplodere un ordigno nucleare tanto potente da fare alterare la rotazione terrestre) e “The Moon-Maker” (in cui immagina che un gruppo di scienziati viaggino nello spazio per deviare l’orbita di un asteroide che rischia di impattare la Terra e distruggerla).

Ma il gatto che ha probabilmente influenzato le sorti della umanità più di ogni altro si chiamava Macak ed era compagno di giochi di un giovanissimo NIKOLA TESLA (1856-1943), successivamente soprannominato il “signore del fulmine” per le sue avveniristiche ricerche sulla generazione di energia elettrica, nonché sviluppatore del sistema di corrente alternata che usiamo ancora oggi. Ma cosa mai avrà combinato questo Macak? Facciamocelo raccontare dallo stesso Tesla: “Accadde che un giorno il freddo era più secco che mai. La gente che camminava nella neve si lasciava dietro una scia luminosa e una palla di neve lanciata contro un ostacolo emetteva un bagliore di luce come un pane di zucchero tagliato con un coltello. Nel crepuscolo della sera, mentre accarezzavo la schiena di Macak, vidi un miracolo che mi lasciò senza parole per lo stupore. Il dorso di Macak era un foglio di luce e la mia mano produceva una pioggia di scintille tanto rumorosa che la si sentiva in tutta la casa […] Malgrado questa prima osservazione stupefacente, ciò che stava per succedere era ancora più meraviglioso. Si stava facendo buio e di lì a poco furono accese le candele. Macak fece qualche passo nella stanza […] Aguzzai la vista e percepii distintamente che era circondato da un alone, come l’aureola di un santo! Non posso esagerare l’effetto di quella meravigliosa serata sulla mia immaginazione infantile”. Il piccolo Tesla aveva osservato per la prima volta il fenomeno dell’elettricità statica e, come per molti altri bambini (compresi quelli che assistevano a bocca aperta agli spettacoli organizzati da Michael Faraday), fu il primo approccio alla “magia” del mondo fisico e, come egli stesso racconta, fu quel senso di mistero che stimolò la sua volontà di capire cosa fosse l’elettricità, influenzando così tutta la sua vita professionale (nonché l’evoluzione tecnologica del mondo intero).

Poteva mancare il solito ALBERT EINSTEIN (1879-1955) a questa carrellata? Certo che no, anche se, in realtà, non c’è molto da dire se non che pare abbia condiviso una parte di vita con un certo Tiger il quale, secondo quanto scritto dallo stesso Einstein in una lettera ad alcuni amici nel 1924, dava “il maggior contributo all’odore della mia stanza, visto che in quell’ambito non sono in grado di competere”. Ma il povero Tiger non era certamente in cima alle preferenze feline del Nostro che non poteva che essere ammaliato dal fascino del celeberrimo gatto di Schroedinger: primo perché non puzzava (in quanto gatto immaginario), secondo perché suo “complice” nel mettere in risalto l’assurdità dell’interpretazione standard della Meccanica Quantistica (quella della Scuola di Copenaghen del suo amico-rivale Niels Bohr), contro la quale ha tanto pervicacemente quanto inutilmente lottato fino all’ultimo dei suoi giorni.

Da una lettera di Einstein a Schroedinger del 1950: “Tra i fisici contemporanei sei l’unico, oltre a Laue, a capire che, se si è un minimo onesti, non si può aggirare il presupposto della realtà. Molti di loro semplicemente non vedono a che tipo di gioco rischioso stanno giocando con la realtà, intesa come una cosa indipendente da ciò che viene constatato […] Questa concezione è, tuttavia, confutata nel modo più bello dal tuo sistema composto da atomo radioattivo + contatore geiger + amplificatore + carica di polvere da sparo + gatto in una scatola, in cui la funzione d’onda del sistema contiene il gatto sia vivo sia fatto a pezzi […] Nessuno dubita davvero che la vita o la morte del gatto sia qualcosa di indipendente dall’atto dell’osservazione”.

In un universo parallelo, pare che la storia del gatto di Schroedinger sia andata diversamente (lo abbiamo raccontato QUI)… chissà se in quell’universo Einstein è riuscito a far valere le sue ragioni!

Ma veniamo a Chester, gatto siamese di JACK HETHERINGTON della Michigan State University, che, con lo pseudonimo di F.D.C. Willard (Felix Domesticus Chester + nome del padre di Chester), risulta come coautore di un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Physical Review Letters. Forse Chester ha davvero scritto quell’articolo a sei zampe con Hetherington, ma la versione ufficiale (diffusa da Jack) narra che l’articolo fosse stato scritto in prima persona plurale (plurale maiestatis) invece che singolare, come la rivista pretendeva per gli articoli scritti da un solo autore… peccato che nel 1975 ciò avrebbe significato riscrivere tutto a macchina da capo, quindi l’autore preferì ricorrere a questo espediente! Si narra anche che Marge, la moglie di Hetherington, si vantasse di essere stata a letto con entrambi gli autori dell’articolo, spesso simultaneamente.

Autografo di F.D.C. Willard (Fonte Wikipedia)

Chester/F.D.C. Willard risulta anche essere autore di un articolo del 1980 che i veri coautori umani vollero disconoscere in quanto non erano riusciti ad accordarsi su alcuni dettagli del manoscritto. A domanda diretta su chi davvero avesse scritto l'articolo, il mitico gatto, con aria sorniona, pare si sia limitato a stiracchiarsi e ad acciambellarsi fusacchiando.

Ed eccoci, infine, a parlare del nostro scienziato preferito… infatti per un Hetherington che scrive sotto le mentite spoglie di un gatto, esiste un gatto (anzi una bellissima gatta) che scrive sotto le mentite spoglie di uno Zappalà… il suo nome è Tigrotta (detta Tigotta) e di seguito mostriamo le prove che è lei il cuore pulsante dell’Infinito Teatro del Cosmo, nonché il cervello che ne muove le fila!

La prof.ssa Tigrotta immortalata mentre sta scrivendo l'articolone sulla Meccanica Quantistica

 

La prof.ssa Tigrotta colta nel momento in cui sta dimostrando che si può superare il "muro" della lunghezza di Planck

 

La prof.ssa Tigrotta ritratta accanto alla pila di pubblicazioni scientifiche alle quali ha collaborato

 

Su, Enzone, ammettilo… non c’è niente di cui vergognarsi ad essere il prestanome di un genio di cotanta levatura! Del resto, il mondo non è ancora pronto per ascoltare la saggezza dei gatti e il modo che hai trovato per dare voce ad uno dei loro più illustri rappresentanti ti rende solo onore. Grazie! :mrgreen:

 

Tutti gli articoli della serie "Il fantastico mondo del gatto" li trovate QUI

La fonte delle informazioni su cui si basano le nostre pillole di storia è il libro "Perché i gatti cadono sempre in piedi e altri misteri della Fisica" di Gregory G. Gbur, professore di Fisica alla University of North Carolina e grande amante dei gatti.

2 commenti

  1. Alberto Salvagno

    Viva i gatti che trovo anche pieni di senso dell'umorismo, come del resto questa Marge che mi sarebbe piaciuto conoscere

  2. Daniela

    Dici bene, Albertone, anch'io avrei tanto voluto conoscere Marge Hetherington! Magari insieme alla sig.ra Feller che riuscì da sola a spostare dal soggiorno alla sala da pranzo un tavolo rotondo mentre il marito William (noto per fondamentali lavori sulla teoria della probabilità) era impegnato a dimostrare con un modello matematico (e ci era pure riuscito!) che fosse impossibile... :lol:

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