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14/10/15

Se un processo funziona perché cambiarlo? **

Anche gli oggetti celesti devono “mangiare”. Lo devono fare i buchi neri galattici per continuare a far girare il motore della galassia di cui sono responsabili, lo devono fare le stelle che stanno nascendo per rifornirsi del materiale che gli permetterà di accendere il loro motore nucleare, lo devono fare le nane bianche quando “succhiano” la materia dalla compagna, sperando di diventare una supernova (l’unico modo per creare gli elementi più pesanti del ferro), lo devono fare i buchi neri stellari per continuare a essere l’unica “cosa” che ingoia tutto e non dà niente in cambio.

In tutte le situazioni, che coinvolgono oggetti che vanno dalle dimensioni di una città terrestre (buchi neri stellari) fino a quelli grandi anche come sistemi planetari (buchi neri galattici), il processo che devono usare prende il nome di accrescimento, dato che in tutti i casi serve per regalare massa all’oggetto coinvolto.

Dato che la caduta di massa verso l’affamato comporta un eccesso di momento angolare, il materiale che cade si sistema secondo un disco, piuttosto piatto, in rotazione, che trasporta lentamente e con ordine il materiale verso l’oggetto che aspetta la “pappa”. Un metodo che regala ordine e regolarità ed elimina qualsiasi problema “digestivo”.

Stiamo parlando dei celebri dischi di accrescimento, che ben conoscevamo da un punto di vista generale, ma di cui ancora non erano chiari i processi operativi e le differenze a seconda degli oggetti che ne erano circondati.  Sembrava quasi ovvio pensare che chi comandasse le dimensioni e le strategie del disco fosse la massa dell’oggetto o almeno il “tipo” (c’è una bella differenza tra un buco nero e una stella che sta nascendo). E invece… le cose seguono le regole più semplici possibili.

I dischi di accrescimento non si riescono certo a misurare direttamente, ma fortunatamente essi emettono luce e  danno luogo  a variabilità periodiche, in gran parte legate alla rotazione. Si è stabilito attraverso osservazioni che vi è una correlazione lineare tra la radice quadrata dell’ampiezza della variazione e il flusso medio luminoso. Una correlazione che rimane  valida per tutti gli oggetti considerati, malgrado i tempi scala siano nettamente diversi tra loro.

In poche parole, la variabilità, che causa una vera e propria curva di luce, è del tutto simile, qualsiasi sia la massa dell’oggetto coinvolto.

Senza entrare nei dettagli, si è potuto concludere che la rapidità della variabilità è legata essenzialmente alle dimensioni del disco e di conseguenza alle dimensioni dell'oggetto che sta mangiando. E' solo un problema di scala. Il processo è sempre lo stesso anche se il tempo per espletarlo varia.

Un risultato che può diventare fondamentale per lo studio di oggetti completamente diversi tra loro che, però, mantengono lo stesso metodo per nutrirsi. Un processo  così generale e semplice sembra proprio appartenere alle leggi di un teatro perfetto nella sua scenografia generale e nelle sue singole azioni operative. Una gran bella scoperta.

A volte, anche vecchio è bello (soprattutto quando è semplice). E QUI trovate un altro esempio di quanto sia imprudente abbandonare troppo precocemente vecchie teorie, soprattutto se elaborate da menti brillanti che non avevano a disposizione una tecnologia adeguata per verificarle.

Articolo originale QUI

Fonte: Simone Scaringi (il solito italiano all'estero...)
Fonte: Simone Scaringi (il solito italiano all'estero...)

1 commento

  1. Mario Fiori

    La semplice complessità dell'Universo che si scontra con la complicazione affari semplici dell'Uomo. Grande Universo.

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