10/09/17

Giordano Bruno (2): verso la relatività speciale e oltre ? **

Per una trattazione completa dell'argomento, si rimanda al relativo approfondimento, nel quale è stato inserito anche il presente articolo

 

"Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio... Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti e si limitano ad accumulare il sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre... Ho tradito la mia professione"

(tratto da "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht)

 

Continuiamo nell'analisi delle idee rivoluzionarie di Giordano Bruno, puntando sui concetti più "azzardati". Lasceremo per ultimi quelli puramente cosmologici che ne fanno il vero precursore dell'odierna Cosmologia. Ci tengo a precisare che nella ricerca di fonti e di richiami è stato fondamentale l'aiuto di Daniela... un articolo decisamente a quattro mani e due menti!

La relatività espressa nell’esempio della nave (di cui abbiamo parlato QUI), ripreso poi pari pari da Galileo,  porta Giordano ben oltre. Non vorrei che queste mie argomentazioni apparissero fin troppo esasperate. Si fa presto a dire tutto e il contrario di tutto, come Nostradamus insegna. Tuttavia, le basi su cui poggia la visione dell’Universo di Giordano Bruno e la sua facilità nel descrivere la relatività del moto sulla Terra non può che far pensare profondamente. Innanzitutto, al contrario di Galileo, egli non ha paura di uscire dal nostro pianeta ed estrapolare il risultato su qualsiasi cosa si stia muovendo nello spazio.

Torneremo ancora sulla sua visione dell’Universo (il boccone migliore ce lo teniamo per ultimo…), ma portandosi fuori dal mondo terrestre, lui compie due passi importantissimi: distrugge con un gesto banale tutte le sfere celesti e la gerarchia aristotelica e tolemaica, che ancora incuteva timore e paura nello stesso Copernico (lui fa solo un cambio geometrico di posizione, ma non stravolge la visione ecclesiastica, come abbiamo spiegato QUI).

Il moto dei corpi deve essere libero, seguire certe regole, ma essere dettato da un impulso  proprio del corpo. Infiniti mondi, infiniti moti. Inoltre, la libertà gioiosa di un Universo libero fa sì che non ne possa esistere un centro: ogni corpo celeste può sentirsi al centro del Tutto. Sembrerebbe (e così è stato a lungo considerata) una argomentazione filosofica, ma –oggi- non possiamo non considerarla una enorme rivoluzione astrofisica e cosmologica: infinite stelle, infiniti pianeti, infinito spazio.

In un Universo privo di qualsiasi riferimento assoluto, la relatività del moto ne deriva automaticamente: ognuno vede muovere gli altri. Giordano si preoccupa molto dei movimenti e dell’anima delle cose. In questo movimento continuo che viene effettuato per scelta delle singole agglomerazioni di materia, attraverso ciò che lui chiama “anima” o “intelligenza” (quantità di moto? momento angolare?), i moti sono di diverso tipo, ma ciò che importa soprattutto è il fatto che non ne esiste uno assoluto. Un passaggio non indifferente da mancanza di riferimento assoluto a mancanza di moto assoluto.

Bruno non ha assolutamente paura di questa continua incertezza e relatività. Tutto è frutto di amore, ossia della volontà “buona” delle singole cose. Ogni corpo è libero di muoversi in una prigione che ha perso i suoi confini e che può facilmente contenere tutto e i movimenti del tutto. Perché allora non pensare che anche le misure delle distanze siano relative? Nei suoi scritti latini, difficilmente recuperabili, Bruno deduce la relatività delle distanze e delle lunghezze spaziali partendo da una critica della misurabilità e delle misure: il moto influenza le misure e implica dei limiti sulla possibilità di effettuare delle misure esatte e assolute. Da questo punto di vista, misure spaziali in differenti condizioni di moto implicano differenti distanze e lunghezze spaziali. Se non è un richiamo, primitivo finché si vuole, alla relatività ristretta questo…

Cosa analoga capita anche per il tempo. Prima di Bruno era scandito dal movimento lento e costante delle stelle fisse, ancorate alla loro sfera solida. Per Bruno tutto ciò non esiste e ne avremo una spiegazione molto “scientifica” quando descriveremo il suo Universo: le stelle fisse sembrano tali, solo perché sono troppo lontane per apprezzarne i movimenti apparenti (ovvero la loro parallasse, QUI spiegata in modo ultra-semplice) e quelli intrinsechi (moto proprio). Infinite stelle, infiniti moti, tempi infiniti… per la loro distanza non ne possiamo apprezzare i moti che sono diversi fra loro. Ci sono infinite stelle e infiniti moti nell’universo e ogni moto può essere usato per la definizione del tempo. Ogni moto permette, quindi, di utilizzare un tempo diverso e non esiste più un tempo assoluto (come in fondo hanno, invece, ammesso sia Galileo che Newton, lavorando in modo quasi puramente matematico).

Siamo nel '500, non possiamo pretendere che Minkowski inserisca queste idee in un diagramma spaziotemporale, ma sicuramente Bruno è molto più vicino ad Einstein di quanto non lo siano i due geni assoluti della meccanica.

Bruno dimostra, anche molto bene, la differenza tra realtà e apparenza (un discorso su cui abbiamo battuto molto, grazie ai nostri paradossi relativistici…). Egli immagina di volare verso la Luna. A mano a mano che le si avvicina, la Terra diventa sempre più piccola. Una volta giunto su di lei non avrebbe difficoltà a dire che è la Terra un satellite della Luna “Non più la Luna è cielo a noi che noi a la Luna”. Ma se si allontanasse anche da lei, vedrebbe Terra e Luna accoppiati in cielo. Lentamente si avvicinerebbero sempre più e la loro luce diminuirebbe fino a sparire nel buio del vuoto cosmico. Quante situazioni completamente diverse tra loro, eppure tutte riferibili a uno stesso fenomeno! La differenza tra apparenza e realtà è decisamente enorme e va tenuta in conto guardando l’Universo. Inoltre, è decisamente il primo che abbia compiuto "mentalmente" un volo nello spazio cosmico.

Un concetto questo che sembra banale (oggi), ma che era straordinario se detto in un mondo che vedeva i sette pianeti incastrati su sfere rotanti. Lo stesso Copernico se ne sarebbe ben guardato dal proporlo… In fondo, abbiamo parlato delle illusioni e delle apparenze della realtà or non è molto su queste pagine.

Purtroppo, come già detto, questi concetti compaiono principalmente nelle sue opere in latino, difficili da reperire e da tradurre. Dobbiamo accontentarci delle conclusioni tratte da studiosi di indubbia fama. Conoscendo, però, la visione globale di Bruno non possono certo stupire più di tanto. La volontà o anima insita nelle cose fa pensare ai principi fondamentali della meccanica, altro che a concetti puramente filosofici. Metafore di qualcosa di profondamente reale, molto più semplice… Quantità di moto? Momento angolare per i moti circolari?

E che dire della trasformazione continua delle cose, attraverso il movimento delle parti sempre più piccole che le compongono. Infinito e infinitesimo si toccano e fanno pensare addirittura a Feynman : “C'è tanto spazio laggiù in fondo”… Ma, ancora più facilmente, alle reazioni chimiche che vedono proprio lo spostamento di atomi. Non esiste vera morte, ma solo trasformazione… Beh… quante volte abbiamo usato queste parole nel nostro Circolo? La materia è sempre la stessa, dice Bruno, ma la sua forma cambia continuamente “Quella dell’uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella delle mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o abbia anima [...] Or cotal spirito secondo il fato o providenza, ordine o fortuna, viene a giongersi or ad una specie di corpo, or ad un’altra: e secondo la raggione della diversità di complessioni e membri, viene ad aver diversi gradi e perfezioni d’ingegno et operazioni”.

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Nel De triplici minimo et mensura, Bruno approfondisce  il concetto della misura , in particolare, riferendosi alle particelle minime, o atomi, che sono la base formativa  di tutti i corpi. Le questioni che solleva ricordano molto bene le problematiche tipiche, ancora oggi, della matematica e della meccanica quantistica. La consapevolezza dell’umbratilità del reale lo fa sentire, ogni volta che cercava di addentrarsi “sperimentalmente” nei problemi matematici e geometrici, la relatività di questo metodo. Questi suoi dubbi anticipano, in qualche modo,  il principio di indeterminazione di Heisenberg e il concetto che le leggi della natura possano essere legate alla conoscenza che noi abbiamo delle  particelle, cioè con il contenuto della nostra mente. Per Bruno la matematica e la geometria sono metodi di valutazione applicati ad una realtà fenomenica che è soltanto “ombra”, e non alla sua vera essenza

A conclusione di un’analisi di tipo più filosofico che scientifico, ho trovato questa frase legata alla visione di Bruno: “Per un uomo, pensare all'infinito consiste in un certo modo pensare a se stesso come a una minuscola parte di un Tutto, manifestare con entusiasmo la certezza che la propria vita partecipa, fatte salve le dovute proporzioni, all'incessante movimento dell'Universo”. Non vi sembra quasi uguale a quella che usiamo spesso noi : “Dobbiamo essere umili perché siamo un granello infinitesimo del Cosmo, ma dobbiamo anche essere molto orgogliosi perché ne facciamo parte!”?

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Bruno, inoltre, ha avuto un peso fondamentale per la nascita del calcolo infinitesimale di Leibniz (lui stesso lo ha ammesso). La sua idea di suddividere il microcosmo in parti sempre più piccole e della stessa sostanza (omogeneità del Cosmo, un’altra idea innovativa!), cercando di leggere oltre la rappresentazione metafisica, gli ha permesso di costruire una scala decrescente che arriva fino all’atomo (diverso, però, da quello di Democrito, di cui parliamo QUI). Vi è una continuità che porta, in visione metafisica, alla monade (l’essenza più piccola in assoluto), il punto, la particella che è uguale per tutti e per tutto. Questo concetto fu ripreso da Leibniz che lo utilizzò per arrivare alla costruzione del calcolo infinitesimale (e dico poco!).

Possiamo riassumere l’intero approccio in questo modo: l’unità fisica è l’atomo, l’unità matematica è il punto, l’unità metafisica è la monade "Dio è la monade fonte di tutti i numeri. L'assolutamente semplice, fondamento semplice di ogni grandezza e sostanza di ogni composizione; superiore ad ogni vicenda, infinito ed immenso. La natura è numero numerabile, è grandezza misurabile e realtà determinabile. La ragione è numero numerante, grandezza misurante, criterio di valutazione". Bruno non pone separazioni tra l’infinito microcosmo, che porta all’infinitesimo, e l’infinito dell’Universo che non ha limiti.

Lasciatemi fare due estrapolazioni per valutare appieno la rivoluzione scientifica di Bruno…

Pensiamo che si sarebbe trovato in difficoltà nel '900, durante la nascita dell’astrofisica? Avrebbe, forse, avuto timore della comparsa di galassie, di quasar, di pulsar, di supernove, di buchi neri? No, avrebbe gioito e con estrema facilità avrebbe immerso queste nuove creature nel suo infinito, così pieno di spazio. Guardiamo le cose da questo punto di vista e ci accorgeremmo subito della grandezza visionaria di Giordano Bruno. Un viaggio nel futuro, guardando solo al cielo, non lo avrebbe minimamente spaventato o sorpreso.  E, forse, nemmeno l’ipotesi di un multiverso e della possibilità di una indeterminazione continua legata alle particelle più piccole. Ogni corpo ha un anima, un impulso, una sua ragione di essere.

Immaginiamo, adesso, proprio l’opposto… Portiamo i grandi maestri della meccanica quantistica, della relatività generale e dell’astrofisica moderna ai tempi di Bruno. Beh… non solo sarebbero terribilmente  spaventati, ma sarebbero mandati tutti al rogo!

Un viaggio nel futuro senza alcun problema e un viaggio nel passato pieno di incubi e terrore. Proprio l’opposto di ciò che dovrebbe essere. Un punto in più a favore del genio di Giordano e molti punti a discredito di una chiesa incapace di vedere la realtà oltre i suoi dogmi laceri e stanchi.

Forse ho esagerato? Chissà… ma un uomo, che preferisce morire piuttosto che rinnegare un Universo libero e felice, merita ogni fiducia!

La prossima volta, torneremo indietro, a costruzioni decisamente più solide e chiare, dove la sua visione moderna potrà essere difficilmente messa in dubbio da chicchessia.

 

QUI la serie di articoli dedicata a Giordano Bruno

5 commenti

  1. Fiorentino Bevilacqua

    "Quella dell’uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella delle mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o abbia anima"

    Se avessero potuto, lo avrebbero arso vivo più e più volte...

  2. Daniela

    Eh sì, Fiorentino, quella frase è immensa e di una modernità sconvolgente. A mio parere caratterizza il pensiero di Bruno ancor più degli infiniti mondi in infiniti universi.

    Ma, anche se sembra strano, la chiesa ha fatto di tutto per non bruciarlo: lo ha tenuto in galera per ben sette anni, durante i quali ha subito le peggiori torture per "convincerlo" a cambiare idea, e molte volte gli è stata data la possibilità di abiurare e chiedere umilmente scusa: una pubblica abiura valeva più di mille roghi.

    E solo quando si resero conto che non l’avrebbero mai ottenuta, si "rassegnarono" a bruciare quel “formale, impenitente e pertinace” eretico insieme ai suoi libri!

  3. Fiorentino Bevilacqua

    Se posso aggiungere ... quello che mi ha colpito è non solo l'affermazione di una verità per noi, oggi, ovvia, ma anche il modo in cui lo ha fatto: usando tre termini di "paragone" che rendono molto forte, molto impattante (quasi provocatorio per chi ne è il destinatario dell'epoca) ciò che dice.

    Non i cani, i gatti, il riccio o cose simili che, essendo anche "consumati" in tempi di carestia, era facile vederli/riconoscerli come fatti della stessa essenza specifica e generica  dell'uomo (anzi, Uomo): ma la mosca (molto diversa, piccola e che, oltretutto, si posa sulle cose le  più immonde!), l'ostreca marina (qualcosa di viscido, quasi informe che poco si addice alla similitudine con l'apice della Creazione) e le piante, che tutti sanno "vegetare" (oggi si sta riscrivendo il concetto di pianta). Tre cose molto diverse dal figlio prediletto della creazione... Forse era anche un buon didatta, un ottimo retore...

  4. Daniela

    Sono d'accordo con te, Fiorentino: sicuramente non aveva scelto a caso quei termini di paragone... dietro di essi non c'è solo una verità scientifica, ma anche un grandissimo atto d'umiltà.

    Un'umiltà alla quale non siamo pronti nemmeno oggi, nonostante ormai sia provata la verità scientifica da lui solo intuita.

  5. Daniela

    ...e, mi viene da aggiungere, non solo umiltà ma anche tanto amore e rispetto per ogni manifestazione del suo Dio-Universo.

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