22/12/18

Quel piccolo passo per un uomo...

Questo articolo è stato inserito nella pagina d'archivio "Quattro passi nella storia della Scienza" e "Arte e Letteratura"

 

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Impronta lasciata sul suolo lunare da Neil Armstrong il 21 luglio 1969

"Whoopi, quello sarà stato piccolo per Neil, ma è un gran passo per me!" esclamò Pete Conrad il 19 novembre 1969, subito dopo avere poggiato piede sul suolo lunare. Quelle parole parafrasavano le ben più celebri pronunciate da Neil Armstrong quattro mesi prima ("Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità") e gli furono suggerite dall'amica Oriana Fallaci, della quale portò con sé, sulla Luna, anche una foto che la ritraeva con la madre.

Un commento del nostro affezionato lettore Mik ha rievocato l'atmosfera di quel periodo, stimolando in alcuni di noi la voglia di viverla (o riviverla). Di notizie, reportage, analisi, foto, video, ecc... ne possiamo trovare in abbondanza ma, se vogliamo provare ad immergerci in quell'atmosfera irripetibile in cui tutto sembrava possibile e alla portata di un progresso tecnologico inarrestabile, cosa c'è di meglio di lasciare la parola a qualcuno che l'ha davvero vissuta intensamente, facendone propri desideri, dolori, contraddizioni, speranze, illusioni, frustazioni?

Se poi quel qualcuno ha la capacità di plasmare a proprio piacimento le parole, allo stesso modo in cui un buco nero modella, deforma, contrae, allunga e strapazza a proprio piacimento lo spaziotempo... la pelle d'oca è garantita!

A te la parola, Oriana...

 

I brani che seguono sono tratti da "Se il Sole muore"

Estratto del dialogo tra Oriana e suo padre Edoardo, la sera del 4 Ottobre 1957, mentre la tv mostra le immagini del lancio dello Sputnik

Era tutto cominciato per via di una goccia di luce, ricordi, papà? La goccia di luce correva lungo lo schermo della TV, così piccola e priva di peso, che avrei potuto raccoglierla con il polpastrello di un mignolo, deporla sul palmo di una mano e rubarla. Non brillava neanche tanto, ricordi? Spesso spariva, ma ecco che ritornava, si riaccendeva ostinata dal niente, ed era assai più di una goccia di luce: era una stella. La prima stella fabbricata dagli uomini. Rozza se l’avessimo vista da vicino, papà, grande quanto una damigiana, non più, e con un nome ridicolo, iroso: Sputnik. Ma una stella, una stella, e gli uomini ci avevano messo un miliardo di anni per costruir quella stella, e da quella stella sarebbero nate altre stelle, più grandi, più forti, capaci di salire più in alto, di portarci con loro: finché avremmo potuto anche noi partir dalla Terra, tuffarci nell’infinito:

Oriana:Papà! Non è straordinario, papà?Ti gridai.

Edoardo:Cos’è straordinario, sentiamo

O.:Ma andar sulla Luna, papà! Non capisci cosa significa quella goccia di luce? Che andremo sulla Luna, sugli altri pianeti!

E.:La sola idea mi riempie di grande fastidio. Andar sulla Luna a che serve? Gli uomini avranno sempre gli stessi problemi, sulla Terra come sulla Luna; saranno sempre malati e cattivi, sulla Terra come sulla Luna. E poi mi si dice che sulla Luna non vi sono mari né fiumi né pesci, non vi sono boschi né campi né uccelli: non potrei nemmeno andarci a caccia o a pescare.”

Già: tu ami esclusivamente le cose che hanno radici su questa Terra e non la capisci la storia del bruco che aspetta di diventar farfalla. Non ti risposi, perciò, e rimasi a guardare la mia goccia di luce che morì divorata da un volto che ne descriveva la traiettoria.

Ma come si fa a dire certe cose, papà? Niente frena come il pudore, la paura di commetter retorica. L’ironia è facile, la fede difficile, e nessuno si fa beffe di te se ironizzi, tutti son pronti a schernirti se reciti un atto di fede.

O.: Oh, è sparito, papà!

E.: Ti ho già detto che non mi interessa, che non mi riguarda

O.:Che non ti interessi, posso anche capirlo. Che non ti riguardi, no: ti riguarda eccome, papà”

E.: Macché! Io amo la Terra, capisci? Non c’è altro, non abbiamo altro e io non voglio perderlo per via dei vostri razzi, capisci?”

O.:  Anch’io amo la Terra, papà, è la mia casa e la amo. Ma una casa da cui non è possibile uscire, non è una casa, è una prigione: e l’uomo non è fatto per stare in prigione, è fatto per scapparne e pazienza se rischia d’essere ucciso scappando. L’uomo viene dal mare dove prima era pesce, anche il mare era per lui una prigione da cui evadere sembrava follia, eppure, lentamente pazientemente dolorosamente, ne evase. La Terra era un inferno per lui, ma lentamente pazientemente dolorosamente, si fabbricò polmoni adatti e riuscì a respirare nell’aria, si fabbricò occhi adatti e riuscì a guardare nel bianco, si fabbricò zampe adatte e riuscì a spostarsi per terra, si fabbricò una spina dorsale adatta e riuscì ad alzarsi in piedi, si fabbricò mani adatte e riuscì ad agguantare le cose. E così un giorno si accorse che poteva fare di più: poteva pensare. E pensando seppe d’essere un uomo. E gli piacque talmente essere un uomo che inventò ciò che la natura non aveva inventato. Fregò svelto due pietre e accese il fuoco. Tagliò un albero a fette e costruì le ruote. Mise insieme il fuoco e le ruote e costruì il treno. Rubò le ali agli uccelli, le mise al treno e volò. Più alto, sempre più alto, finché divenne geloso delle stelle e creò rozze copie di stelle e schizzò via con loro a vedere oltre la porta chiusa del cielo. Ma per l’amor di Dio, se una porta è chiusa, non ti prende l’impulso di aprirla e di guardare cosa c’é dietro, papà? la storia dell’uomo non è forse una storia di porte chiuse ed aperte?

E.: Puoi aprirla, sicuro. Ma se quella porta è l’ultima porta, dove ti conduce? Te lo dico io dove: a capofitto nel vuoto. Il futuro che voi sognate non è altro che un salto a capofitto nel vuoto. Vi precipiterete al primo passo e buon per me che non sarò lì a guardare e a piangere.”

Davvero non so perché quel giorno decisi di far questo viaggio tra gli uomini che preparano il nostro futuro. Forse fu la tua frase sul vuoto, si è sempre affascinati dal vuoto. Più è fondo, più è buio, più esso ci attrae: un misterioso richiamo d’amore. E non serve a nulla rinviar la partenza: io l’avevo rinviata per anni ed ora eccomi qui, a cercare la risposta alla tua risposta, papà.

Questo libro è un diario, papà, il diario di un anno della mia vita: io te lo offro per continuare il discorso che aprimmo su quella goccia di luce.

 

Estratto dell'intervista allo scrittore di fantascienza Raymond Douglas Bradbury

Fallaci: D'accordo, signor Bradbury. Ma un po' di paura sarà pur lecito averla: un po' di paura. Dove andiamo? Cosa facciamo? Faremo bene? Faremo male? Porteremo i prati di plastica, le rose di vetro anche su Marte? Io l'entusiasmo ce l'ho per quei razzi: piacciono tanto anche a me. Ma quando son su, chi li ferma? Vanno avanti da soli: perché l'uomo ha costruito qualcosa che gli è scappato di mano e vive senza di lui.

Si accese di rosso fino alla punta dei piedi. Fremette come una lamina scossa dal vento. Bollì gorgogliando l'intera passione del mondo.

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Raymond Douglas Bradbury (1920-2012) è stato uno scrittore statunitense, innovatore del genere fantascientifico. Autore di "Cronache marziane" e "Fahrenheit 451".

Bradbury: Paura?!? Ma lo ha mai visto un razzo che parte?! Lui sta lì, così grande, gli uomini intorno son piccoli piccoli, moscerini di niente, e quegli uomini piccoli piccoli, moscerini di niente, accendono una scintilla di niente, un boato strappa l'aria a brandelli, una nuvola bianca fiorisce, lui sale, va nell'infinito, e tu bestemmi: Dio, ti abbiamo agguantato per la falda del cappotto, Dio! E mentre bestemmi questa educata bestemmia, il razzo non ti fa più paura perché ricordi che l'Uomo ha costruito il razzo, l'Uomo ha acceso la scintilla del razzo, l'Uomo ha strappato l'aria a brandelli: il razzo senza l'Uomo è un guanto senza mano. Paura?!? Ma questo è il tempo più bello che l'umanità abbia avuto la fortuna di vivere, il più audace, il più privilegiato, il più stupendamente blasfemo, questa è l'era più grande della storia! Io quando mi dicono: guarda, non è meraviglioso quel razzo? Rispondo: no, l'Uomo che l'ha costruito è meraviglioso, la mia epoca è meravigliosa, le nostre idee sono meravigliose, le nostre idee che non sono più immobili, astratte, congelate, ma idee che si muovono, bruciano, volano! Sì, prima pensavamo la Bellezza e scolpivamo statue, dipingevamo quadri, costruivamo palazzi, pensavamo Dio e innalzavamo chiese, campanili, preghiere. Ora pensiamo la Bellezza, pensiamo Dio, e creiamo qualcosa che si muove, che brucia, va su: i motori, le macchine. Paura?!? Ma fino a oggi abbiamo dormito, tartarughe gelate dall'inverno! Abbiamo dormito ma ecco che ci svegliamo e freschi, riposati, intelligenti, inventiamo i nostri razzi, balziamo fuori dalla Terra, rompiamo le catene che ci tenevano legati alla Terra, ci lasciamo alle spalle la nostra prigione.

Fallaci: Sì, però mio padre risponde che noi siamo fatti per vivere qui. Noi abbiamo bisogno di aria per respirare, di acqua per bere, noi soffochiamo senz'aria e senz'acqua: allora perchè andare, perché?

Bradbury: Per la stessa ragione che ci fa mettere al mondo i figli. Perché abbiamo paura della morte, del buio, e vogliamo vedere la nostra immagine ripetuta e immortale. Non vorremmo morire: però la morte esiste, partoriamo figli che partoriranno altri figli, all'infinito, e questo ci regala all'eternità. Non dimentichiamolo: la Terra può morire, può esplodere, il Sole può spengersi, si spengerà. E se il Sole muore, se la Terra muore, se la nostra razza muore con la Terra e col Sole, allora anche ciò che abbiamo fatto fino a quel momento muore. E muore Omero, e muore Michelangelo, e muore Galileo, e muore Leonardo, e muore Shakespeare, e muore Einstein, e muoiono tutti coloro che non sono morti perché noi viviamo, perché noi li pensiamo, perché noi li portiamo dentro e addosso. E allora ogni casa, ogni ricordo precipita nel buio con noi. Salviamoli, dunque, salviamoci. Prepariamoci a scappare, scappiamo per continuare la vita su altri pianeti, per ricostruire su altri pianeti le nostre città: non saremo a lungo terrestri! E se davvero temiamo il buio, se davvero lo combattiamo, allora, per il bene di tutti, prendiamo i nostri razzi, abituiamoci al gran freddo, al gran caldo, all'acqua che non c'è, all'ossigeno che non c'è, diventiamo marziani su Marte, venusiani su Venere, e quando anche Marte morirà, quando anche Venere morirà, andiamo in altri sistemi solari, su Alpha Centauri, ovunque riusciremo ad andare, e scordiamo la Terra. Scordiamo il nostro sistema solare, scordiamo il nostro corpo, la forma che aveva, queste braccia queste gambe questi occhi, diventiamo non importa come, diventiamo licheni, insetti, sfere di fuoco, non importa cosa, importa solo che in qualche modo la vita continui, e con la vita continui la coscienza di ciò che fummo e facemmo e imparammo: la coscienza di Omero, la coscienza di Michelangelo, la coscienza di Galileo, di Leonardo, di Shakespeare, di Einstein! E il dono della vita continuerà in eterno.

Ecco. Questa fu la risposta alla tua risposta, papà. E a me parve una bellissima preghiera. Anche ora che cerco di ripeterla con parole simili a quelle che usò e non mi viene uguale purtroppo, a me pare una bellissima preghiera: infinitamente più sacra di quelle che la mamma mi insegnava quand'ero bambina, col segno della Croce.

 

Lettera del padre

"Ti ho comprato un albero, sai: ricordi la quercia sopra la sorgente? Quella grande, con le radici scoperte, dove ti arrampicavi quand'eri bambina. Be', il proprietario voleva tagliarla: per cavarne legname. E io l'ho comprata: perché restasse lì. La mamma non era d'accordo: tutti quei soldi, diceva, per un albero nel campo di un altro. Ma io sapevo che ti sarebbe spiaciuto se l'avessi lasciato ammazzare e così l'ho comprato e ti faccio un regalo. Lo troverai quando torni, è lì che ti aspetta. Sempre al solito posto, sopra la sorgente. Una stretta di manao. Tuo pa' "

Io la lessi scotendo la testa, pensando che matto è mio padre che matto. Comprarmi un albero. Salvare la vita ad un albero. Che matto è mio padre che matto: io non lo capisco più.

 

Oriana tocca con mano il LEM

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Foto del LEM (Lunar Excursion Module), il lander della missione Apollo. Il suo compito era quello di far atterrare sulla Luna due dei tre membri dell'equipaggio con attrezzature scientifiche, permettendo loro di restarvi per oltre 75 ore prima di decollare per raggiungere il modulo di comando e di servizio (CMS) rimasto in orbita lunare ed incaricato di riportare l'equipaggio sulla Terra (Fonte: Wikipedia)

E quello era il LEM: una creatura di alluminio lucente, ritta su quattro zampe, sembrava davvero un insetto, anzi un ragno. Con la testa, il ventre, le zampe. Il ventre era il serbatoio del carburante, avvitato sopra le zampe. La testa era la scatola per contenere i due astronauti. E nella testa aveva gli occhi, i due oblò, aveva la bocca, lo sportello rotondo sotto gli oblò, gli orecchi, le antenne a destra e a sinistra. Con gli occhi ci guardava, con gli orecchi ci ascoltava, con la bocca ci avrebbe presto detto qualcosa: i robot dei racconti di fantascienza eran fatti press'a poco così. Quasi urlai.

Oriana: "Robert, avevi ragione! E' vivo, è bellissimo! E com'è grande! Fa più effetto della capsula, del razzo, di tutto! Quando penso che scenderà sulla Luna a portarci i tipi come Pete e Teodoro..."

Robert Smyth: "E' alto nove metri, largo quattro. Pesa quindici tonnellate. Ci lavoriamo da quattr'anni. Ci studiamo da sei. Costa venti miliardi di dollari"

O.: "Mi sembra di vederli là dentro, ci credi? Pete che guarda tutto sospettoso ed esclama ragazzi, accidenti, ragazzi! Teodoro che guarda incantato e dice bello, oh! che bello, che bella lava, che bella sabbia, che belle rocce..."

R.: "L'alluminio è per repingere i raggi del Sole. I finestrini sono stati ridotti per la stessa ragione. Brillerà così nello spazio"

O.: "Poi Pete che esclama chi scende per primo, scendi tu, Ted, scendo io, ma si capisce che vuol scendere lui e Teodoro gli dice vai, vai..."

R.: "Le quattro zampe sono per distribuire il peso in modo che l'astronave prema sul terreno solo di mezza libbra ogni pollice quadrato, e non affondi nel caso che atterri su un alto strato di polvere."

O.: "Ci entriamo, eh? Ci entriamo? Dio, son proprio contenta! Entrar dentro il LEM, come loro! E' un po' come partire con loro. Entriamoci, via!"

R.: "Ok"

Salimmo per una scaletta e ci insinuammo all'interno passando dallo sportello rotondo. All'interno era grande all'incirca quanto la cabina di comando di un aereo commerciale. Sul soffitto c'era il buco attraverso il quale i due si calavano e poi rientravano nella capsula Apollo. Sotto i finestrini c'erano i comandi e il cervello elettronico. Non v'era niente per stare seduti.

O.: "Mi sembra di vederlo Teodoro che..."

R.: "Noterai che non vi son seggiolini. Non ve n'è bisogno. In assenza di peso non ci si stanca a star ritti e lo stesso accadrà sulla Luna dove la gravità è ridotta ad un sesto. I seggiolini avrebbero aggiunto inutile peso rubando spazio prezioso. Questa sostanza vetrosa per terra si chiama velcro e aderisce alle scarpe impedendo loro di fluttuare"

O.: "Straordinario, Robert, straordinario! Mi vien voglia di telefonare a Teodoro..."

R.: "Questo è il sistema di allarme"

Premette seccamente un bottone e un bip-bip leggerissimo eppure straziante mi lacerò il cuore e le orecchie. Bip-bip. Bip-bip. Dio, che suono! Bip-bip. Un suono mai udito, inspiegabile, extraterrestre. Un suono che veniva dal nulla e portava al nulla. Un suono...

O.: "Chiudilo, Robert! Scusa sai. Ma quel suono. Quel suono cupo, tremendo. Ha l'aria di portar male, non so. Quando penso che potrebbe suonare un allarme per quei ragazzi: per Teodoro, per Pete, per Frank, per Gordon, per gli altri..."

R.: "Ho da darti una brutta notizia: Teodoro è morto stamani... ucciso da un'oca selvatica, mentre volava su Houston col suo T38"

 

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Theodore Cordy Freeman (1930-1964), capitano dell'aeronautica militare americana. Fu il primo astronauta statunitense a morire durante il servizio.

La sera precedente il funerale

Giunsi a Washington la sera avanti e, come accade per il lancio di un razzo, si trovavano tutti nel medesimo posto: stavolta il George Town Hill Hotel. Il gruppo degli astronauti c'era al completo: i ventotto rimasti più John Glenn. Si muovevano tra il ristorante ed il bar, salutavano festosamente gli amici, ricevevano congratulazioni ed auguri.

...........

Oriana: "Mi sento così addolorata, Tom"

Tom: "Poteva succedere a me. Poteva succedere a ciascuno di noi"

Ad uno ad uno. Tutti. Tutti dicevan così. Come una parola d'ordine, un commento stabilito. E non un gesto di dolore, non una mezza parola di rimpianto. Sicché non li capivo. Non li capivo e m'indignavo. Dio! Ma cosa avevano dunque al posto del cuore? Non si rendevano conto che il loro compagno era morto e giaceva dentro una bara, rotto come un bicchiere? Non ce n'era uno tra loro che fosse capace di dedicargli una lacrima? Eran dunque questi gli uomini che avevo tanto stimato, ammirato, invidiato? Erano questi i miei eroi, gli eroi in cui avevo trasferito i sogni di gloria della mia fanciullezza, gli eroi con cui avevo sostituito perfino te, papà?

.............

Solo Jim disse ad un tratto che noia, domattina, mettersi in uniforme. E Pete aggiunse l'uniforme è nulla, è il cappello. E allora capii che non era indifferenza la loro, non era freddezza. Non era neanche pudore: era un accettare la vita. Perché solo accettando la vita si accetta la morte e la morte bisogna accettarla, comunque essa venga, in qualsiasi momento essa venga, la morte fa parte della vita, la morte è il prezzo con cui si paga la vita, e piangerci sopra è da bimbi. E' da deboli. E' da irrazionali. E' da vecchi. E' da buoni, se preferisci, ma il futuro non ha bisogno di buoni che comprano un albero perché non venga tagliato. Il futuro ha bisogno di uomini forti, razionali, giovani, cattivi se preferisci: perché il mondo è pieno di querce e per ogni quercia tagliata ce n'è un'altra che nasce o è già nata o nascerà. Un albero solo non conta. Mettiti in testa che un albero solo non conta e comprenderai che la morte non esiste, papà. Ecco la definitiva lezione che mi veniva da questi uomini forti, gonfi di domani. E finché io non la assimilavo era inutile che dicessi preghiere su un razzo che parte.

 

Dopo il funerale

Addio, Teodoro. Ci incontreremo di nuovo, non so dove, non so quando, ma so che ci incontreremo di nuovo, in un giorno di Sole. Di Sole? Sì, un Sole fra i tanti: il cosmo ha milioni, miliardi di Soli, Teodoro. Il Paradiso non esiste, l'Inferno non esiste, la bontà non esiste, ma la vita esiste, e continua ad esistere anche se un albero muore, se un uomo muore, se un Sole muore. Credici anche tu, per favore, credici insieme a me, papà. Non lasciarmi sola a crederci con loro. Mi hanno convinto mi hanno piegato, mi hanno convertito, mi hanno intruppato: e mi fanno tanta paura, papà. Perché la ragione è con loro. E la ragione fa sempre paura.

..........

Un uomo, un fratello se n'era andato: altri uomini, altri fratelli se ne sarebbero andati, tagliati di colpo come il tronco di un albero su cui si abbatte l'accetta; io stessa me ne sarei andata, chissà dove, chissà quando il colpo di accetta avrebbe tagliato anche me, me che voglio vivere, vivere, vivere: ma il mondo restava una lunga promessa e il cielo donava tante case accese, papà. E se la Terra muore, e se il Sole muore, noi vivremo lassù. Costi quel che costi. Un albero, mille alberi, tutti gli alberi che la vita ci ha dato.

 

I brani che seguono sono tratti da "Quel giorno sulla Luna"

Giugno 1969

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Oriana Fallaci (1929 - 2006) a Cape Kennedy. Sullo sfondo è visibile la rampa di lancio dei razzi Saturn.

Un uomo, messo accanto a quel razzo, sembra meno di una formica [...] Se ne raggiungi con un ascensore la cima, io l'ho fatto, ti coglie il terrore. E di ciò non ti rendi conto alla televisione o quando lo guardi dal recinto della stampa che è il più vicino alla posta di lancio: un chilometro e mezzo [...] La torre che lo sostiene è altrettanto grossa, tutto intorno la pianura e deserta: ti mancano i termini di paragone, e solo il boato che segue la fiammata da apocalisse ti riconduce alla realtà. Poi lo spostamento d'aria ti investe come un mastodontico schiaffo. Ma è una realtà irreale: mentre lui sale verso l'azzurro sputando una cometa di fuoco arancione, tuonando l'esplodere di mille bombe, non credi ai tuoi occhi e ti senti quasi offeso nelle tue dimensioni umane. Offeso, ricordi che in fondo è una bomba che si chiamava V2 e non serviva a volare nel cosmo, serviva a distruggere le città, a massacrare gli inermi. Pensaci al momento in cui partirà per la Luna il 16 luglio [...] Naturalmente gli uomini non cambieranno per questo: allo stesso modo in cui non cambiarono il giorno che la prima zattera si staccò da una spiaggia e navigò il mare e approdò a un'altra spiaggia. Coloro che ancora vivono come bestie dimenticate da Dio, e sono centinaia di milioni, non sanno neppure che esiste il razzo Saturno, che si va sulla Luna [...] Quanto a coloro che invece lo sanno e ne comprendono il significato, non illudiamoci. Gli uomini continueranno come prima a soffrire, a uccidersi nelle guerre, a offendersi nelle ingiustizia, e con la Luna allargheranno i confini della loro perfidia e del loro dolore. Ma allargheranno anche quelli della loro intelligenza, della loro curiosità, del loro coraggio e, se le insidie non si materializzano, può anche darsi che il Grande Spettacolo diventi una buona avventura. Certo le insidie sono cupe. La prima è che un microscopico germe lunare invada la biosfera e contagi il genere umano, gli animali, le piante, le acque: senza che la natura e la scienza sappiano difendersi. La morte fisica insomma. La seconda è che la tecnologia prenda il sopravvento e addormenti i nostri cuori, i nostri cervelli, ci trasformi in robot incapaci di fantasia, sentimenti, rivolta. La morte spirituale insomma. La terza è che tutto si risolva in un avvenimento giornalistico, uno show televisivo dietro cui non c'è nulla fuorché qualche dato scientifico per far guadagnare chi guadagna già troppo. La morte morale insomma. Per destino o per scelta, ci siamo imbarcati in un'impresa che rischia di annientarci o peggiorarci o deluderci. Ma non possiamo più tirarci indietro. E qui sta il lato eroico dell'intera faccenda, il suo blasfemo splendore, la conseguente retorica che l'ha sempre falsata.

 

16 Luglio 1969

(frasi estrapolate da telefonate - registrate - che la Fallaci fa dalla tribuna stampa di Cape Kennedy alla redazione de "L'Europeo")

Cinque ore prima della partenza del razzo per la Luna

"C'è un nervosismo represso, la gente lo sente che sta per accadere una specie di miracolo... un lieto evento che però è pieno di pericoli, incognite, come la nascita di un bambino. Nessuno scherza, sai, tutti sono seri, ed io credevo che ci sarebbe stata una gran confusione, invece no."

"E' volgare ciò che sta accadendo nei negozi dei ricordini, come è volgare ciò che accade a Lourdes nei negozi dove vendono i santini e le statuine. L'uomo, dice Pascal, non è né angelo né bestia, ma angelo e bestia. E questo viaggio sta per essere compiuto dagli uomini, non dagli angeli [...] Nel momento in cui il razzo si staccherà dalla Terra e tutti grideranno al miracolo, almeno una creatura o dieci creature moriranno uccise da una pallottola, da un colpo di mortaio [...] E' atroce. Eppure sulla Luna bisogna andarci lo stesso. E chissà che non serva a migliorare un poco gli uomini, a farli essere un poco più angeli, un po' meno bestie..."

"Gli astronauti sono andati a dormire alle nove di ieri sera e si sono svegliati alle quattro. Dieci minuti fa il dottor Berry insieme con altri medici li ha visitati. Tra poco, alle cinque e trentacinque, faranno colazione: bistecca, uova, caffè, succo d'arancia, e alle sei e ventisei saranno pronti per entrare nella pista di lancio [...] Ieri sera abbiamo parlato per l'ultima volta con loro prima della conquista della Luna [...] Non hanno fatto proprio niente, durante la conferenza stampa, per rendersi un tantino più simpatici, poveretti... e simpatici non lo sono davvero questi tre... Questa gloria li ha come intirizziti ancora di più"

"Nessuno, proprio nessuno, ha ricordato Jules Verne, il suo libro "Dalla Terra alla Luna", Armstrong, è vero, ha chiamato Columbia la capsula madre: Columbia è il nome dell'astronave descritta da Jules Verne. Ma nessuno ha mai rivelato questo particolare [...] E allora ricordiamocelo noi che Verne descrisse il viaggio alla Luna oltre un secolo e ce lo descrisse più o meno come sta avvenendo questo giorno di luglio 1969. La sua astronave partiva proprio da qui, dalla Florida: non è straordinario? E mi sembra che partisse proprio un giorno di luglio, senza dubbio d'estate. Con tre uomini a bordo. E il razzo era fatto proprio come il razzo Saturno, in larghezza ed altezza, e il tempo per arrivare alla Luna era quello che impiegherà l'Apollo 11, con lo scarto di due o tre minuti. Non è straordinario? La fantasia umana, la fantasia di Jules Verne, aveva già previsto tuttto un secolo fa. A me pare che l'Apollo 11 avrebbe dovuto chiamarsi Jules Verne".

Il lancio

"Meno tre minuti... Oddio, ci siamo! Solo tre minuti. Lo vedi il razzo? La televisione non può neppure rendere una vaga idea di quanto sia bello. Alla televisione è alto dieci centimentri e non ci sono colori e non c'è... non c'è Cape Kennedy. Meno un minuto. Ci siamo, ci siamo davvero, davvero! Ora indirizzo il ricevitore verso gli altoparlanti, così senti la conta a rovescio degli ultimi secondi. Io sto tremando. Terrò il ricevitore dalla parte del razzo! Così sentirai l'esplosione e poi il rombo!"

Al meno dieci la Fallaci trasmette di propria voce la conta, ma è così emozionata che sbaglia i numeri ed ha la voce incrinata dal pianto.

"Eccolo, eccoci... meno otto, nove, sei, cinque, sette, quattro, tre, due, uno, fuoco! Dio, Dio, Dio! Lo vedete? Non s'è ancora alzato, ecco, si alza, sale, guarda come sale, bello dritto, che lancio! Mai visto un lancio così! Perfetto! Lo senti il rumore? Qui c'è stato uno spostamento d'aria che ci ha quasi buttato per terra... guarda come sale... come sale! Dio, ci vorrebbe Omero per descrivere quello che vedo! Dio, a volte gli uomini sono così belli! Sentilo, il rombo! Sembra un bombardamento, ma non ammazza nessuno, mioddio! Oh, che cosa stupenda... si alza così lentamente, sai, lentamente... va sulla Luna... la Luna... Vorrei che oggi nessuno morisse".

 

Fine luglio 1969

Ora che lo spettacolo paradossale è finito, il dramma concluso, e i confini della nostra intelligenza e della nostra responsabilità si sono allargati fino al Mare della Tranquillità, ci sentiamo come assuefatti all'idea di possedere la Luna e quasi sorridiamo delle nostre ansie e dei nostri timori: non era così difficile, dicono alcuni, si accende un fiammifero e via. Ci si abitua a tutto, anche al miracolo di essere usciti dalla prigione di azzurro per approdare a quell'isola brutta: presto ce ne scorderemo, come abbiamo scordato il miracolo del primo pesce che uscì dalle acque per approdare alla terra e diventare un uomo. Ripetere la sfida non ci sembra più un rischio blasfemo, e della meravigliosa avventura non resterà presto che una carnevalata intorno a due piloti cui abbiamo già regalato la patente di eroi, l'immagine sui francobolli, il nome nei libri di scuola, un posto nella storia. Forse il successo ci ha fatto perdere il senso delle proporzioni, forse ciò che è avvenuto è troppo grande per essere giudicato da noi: così come quel pesce non si rese conto di uscire dall'acqua per diventare uomo, noi non ci rendiamo conto di avere toccato un altro pianeta per diventare qualcosa che non sappiamo nemmeno immaginare. Il giudizio spetterà ai figli dei nostri figli. A noi contemporanei, a noi spettatori, resta solo da narrare ciò che abbiamo visto e udito ora con orgoglio ora con vergogna. Giacché siamo composti dell'uno e dell'altra, e anche nel viaggio alla Luna gli uomini hanno dimostrato la loro bellezza e la loro bruttezza, che è come dire la loro umanità.

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Il primo scienziato al mondo che si interessò al moto nello spazio e pose le basi per le future missioni fu Konstantin Tsiolkovsky (1857-1935): bisognerebbe ricordare molto di più il lavoro fondamentale di questo poco conosciuto insegnante di matematica russo. Ancora oggi tutto si basa sul suo lavoro veramente geniale per i suoi tempi. Ne parliamo QUI.

QUI, invece, parliamo del motivo per il quale, nonostante i proclami ufficiali, passerà molto tempo prima che l'uomo rimetta piede sulla Luna (e lo metta per la prima volta su Marte).

8 commenti

  1. Maurizio Bernardi

    Grazie Dany.
    Grande scrittrice per una grande impresa.

    Nel commento di Mik c'è quella parola, "impresa eroica" , che non è affatto fuori luogo, che dice come in quel momento la distanza tra umano e divino si è contratta fino a scomparire.
    La tensione all'obiettivo di quei giorni , di quegli anni, è riuscita a trasformare anche i fallimenti in successi. Penso alla missione Apollo 13.
    Dall'istante in cui è risuonata la famosa frase: "Okay, Houston, we have a problem" sono successe cose incredibili, un sogno che diventa un incubo, la prospettiva di una tragedia che irrompe sulla scena.
    Ma la volontà è immensa, e quel pugno di uomini, che dalla sala di controllo veglia sulla missione e ne governa le delicate e invisibili leve, riesce a portare a casa l'equipaggio sano e salvo.
    Con le parole del direttore di volo di Apollo 13, Gene Kranz, che ben esprimono lo spirito di quei giorni lontani, "Failure is not an option".

    È stato un grande privilegio essere stato testimone di quegli avvenimenti.

  2. Sì, sì, ragazzi tutto vero... ma chissà quante tragedie  nell'Unione Sovietica di cui non sapremo mai? E che dire delle vere motivazioni dell'impresa? Il rischio c'era ed era enorme, ma si è affrontato non certo per amore della Scienza, ma solo perché si doveva arrivare primi. La NASA non è certo nuova a rischiare oltre ogni limite quando c'è di mezzo un interesse superiore. Io non lo vedrò di certo, ma mi immagino già la retorica sugli eroi marziani.

    Scusate, ma in certe imprese ci vedo molta, troppa retorica... Preferisco le grandi scoperte della mente umana...

  3. Daniela

    Comprendo e condivido il tuo disincanto, Enzone caro. Infatti l'articolo che ho (tra)scritto non parla di quanto sia stata brava la Nasa (e certamente lo è stata), né di quali fossero i veri scopi del viaggio alla Luna (oggi lo stesso teatrino si sta ripetendo con Marte: proprio stasera al tg hanno detto che anche alcuni sceicchi arabi stanno partecipando alla "gara"...), bensì parla delle EMOZIONI provate dalle persone comuni davanti alla potenza di un progresso tecnologico inimmaginabile fino a pochi anni prima. Emozioni raccontate da una persona comune, particolarmente brava a descriverle quelle emozioni, proprie di una generazione che aveva vissuto sulla propria pelle le privazioni e i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale e che, alla parola razzo, associavano morte e distruzione.

    Tu, invece, quali emozioni provasti?

    Prova, per un attimo, a tornare indietro nel tempo e raccontaci... come vivesti tu quel periodo? La partenza del Saturn ti fece venire un po' di brividi sulla schiena o ti lasciò indifferente? Seguisti la diretta dell'allunaggio o andasti a dormire come se niente fosse? Nella tua mente si agitavano anche solo alcuni di quei pensieri/speranze/paure che ci ha raccontato l'Oriana, oppure no? Pensavi che quell'impresa stesse segnando l'inizio di qualcosa di grande per il progresso scientifico o che gli interessi politici ed economici avrebbero fagocitato il meglio, lasciando solo poche briciole alla Scienza vera?

    Dai, raccontaci...

    :-D

  4. Maurizio Bernardi

    Le grandi scoperte sono generatrici di emozioni ma nello stesso tempo, per i medesimi interessi superiori di cui parli, sono state utilizzate per misfatti epocali e hanno prodotto distruzione e morte.

    La bomba atomica ne è un chiaro esempio.

    Eppure pensare a coloro che hanno compreso i segreti dell'atomo suscita ammirazione.

    Avevo in mente un commento esattamente uguale a quello di Dany , quasi una fotocopia. È sconcertante il fatto che abbia usato proprio le stesse parole per fare le stesse domande e rivolgerti lo stesso invito.

     

  5. Sono stato sicuramente sveglio tutta la notte, ma  -lo giuro- per l'emozione di vedere da vicino la Luna e capire se quello che era stato previsto era proprio vero (erano i tempi del regolite sì, regolite no...). La sceneggiata mi ha lasciato abbastanza indifferente (avrei preferito una trasmissione più silenziosa...). La conquista dello spazio e la grandezza delle scoperte umane non mi avevano emozionato più di tanto. E nemmeno le varie frasi fatte e le bandiere che sventolavano senza vento. Ho valutato più coinvolgente il volo di Gagarin. Sapevo che i rischi erano mostruosi e le probabilità molto basse, per cui l'ho sempre valutata una prova di forza piuttosto che una prova di scienza pura. Avevo provato più emozione quando Shoemaker aveva dimostrato che i crateri della Luna erano da impatto e non vulcani. La conquista spaziale l'ho sempre vista come un'appendice bellica e di potenza politica. Ero molto più emozionato per l'incontro del Voyager con Giove e i suoi satelliti. Quella era una missione veramente scientifica e portava veramente la conoscenza al primo posto...

    Forse vi deludo... ma è così... ho sempre preferito sapere e conoscere, anche in silenzio, che assistere a teatri mediatici anche se basati su tecnologie superlative...

  6. potrei essere frainteso...

    quando ho scritto : la grandezza delle scoperte umane... intendevo di tipo tecnologico mirato a un qualcosa che usava la scienza ma non era vera scienza.

  7. Daniela

    Grazie Enzone!

    Per quanto mi riguarda, non mi hai certamente deluso, nè ti avevo frainteso.

    :wink:

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