14/08/17

I Racconti di Vin-Census: IL ROMANZO DELLA VITA

Un attimo di distrazione può cancellare un capolavoro, ma non è mai troppo tardi per rimediare, specialmente se il tempo non costituisce un problema...

 

Essi sapevano tutto perfettamente. O, almeno, avevano avuto il privilegio di assistere in diretta a tutte le fasi, di esserne stati spesso attori, senza mai dover cercare di ricostruire il passato attraverso frammenti di ricordi deformati dal tempo. Non potevano essere completamente sicuri del futuro, ma potevano facilmente immaginarselo o addirittura crearlo. Erano nati insieme a quel pianeta dai colori fantastici, che però non invidiavano, dato che ognuno sapeva perfettamente di ricoprire un ben determinato ruolo e di seguire le direttive del loro capo indiscusso, il Sole.

Nel Sistema Solare nessuno era indispensabile, ma tutti avevano un compito. Giove guidava le rotte degli oggetti in avvicinamento alla stella, correggendole, trasformandole, guidandole da lontano. Gli asteroidi erano le pedine migliori dei suoi grandi esperimenti, infiniti come le sue stesse idee. Lo stesso faceva Saturno, anche se in misura minore. In verità, lui aveva un altro incarico: era il laboratorio per un’infinità di prove e di tentativi, utilissimi per verificare e analizzare continuamente la loro legge fondamentale, la gravità, con tutti i suoi effetti secondari. Urano e Nettuno vigilavano all’esterno e, soprattutto il secondo, aveva il suo da fare per controllare e dare il lasciapassare a quella miriade di comete che premevano da tutte le parti.

Mercurio era stato fondamentale all’inizio per stabilire certe regole di sopravvivenza planetaria e ora poteva anche riposare tranquillo, sempre pronto però a subire per primo le sfuriate, naturalmente ben controllate, del Sole. Venere e Marte avevano invece avuto un ruolo molto delicato e preziosissimo. Erano proprio loro che avevano permesso di stabilire le condizioni estreme in cui si sarebbe potuta evolvere la costruzione più ambiziosa dell’intero sistema. Venere, da un punto di vista geologico e climatico, era una copia perfetta del terzo pianeta, ma su di lei ci si era spinti al limite, portando l’acqua alla temperatura più alta, facendola evaporare e studiando cosa sarebbe successo. Bisognava necessariamente sperimentare, neanche il Sole poteva essere sicuro di ciò che sarebbe potuto accadere in quelle condizioni limite.

Analogo servizio lo aveva reso Marte. Erano state introdotte le condizioni al contorno adatte alla vita, ma al loro estremo inferiore. Minimo calore, minima acqua, minima atmosfera. Ovviamente la vita non era riuscita a evolvere, ma, in questo modo, erano stati fissati i paletti indispensabili per passare dagli esperimenti all’impresa vera e propria.

A quel punto era entrata in campo lei, la Terra, coccolata fino a quel momento, in attesa di divenire l’incubatrice e cominciare la sua difficilissima e complicata avventura. Il suo era un compito assai arduo e tutta la famiglia doveva ovviamente aiutarla. Il Sole aveva dato il via, dosando sapientemente la sua forza; Nettuno, Giove e gli altri fratelli più grandi avevano indirizzato le comete sulla sua superficie per fornirle l’acqua e gli elementi chimici necessari. Anche la piccola Luna aveva giocato un ruolo straordinario. Si era formata sufficientemente vicino per innescare maree abbastanza intense in modo da scuotere violentemente l’apatia delle prime timide e insicure forme di vita. Poi, lentamente, si sarebbe di nuovo allontanata. Tutti insieme avevano osservato con interesse e curiosità quello che stava succedendo, ma anche con trepidazione, orgoglio e un po’ di paura.

Ogni cosa era andata secondo i piani e finalmente c’era stata la tanto auspicata esplosione creativa. La vita era cominciata nel mare, poi era passata sulla terraferma, aveva dovuto subire gli effetti di cambiamenti climatici terribili affinché si selezionassero le specie migliori. Ogni tanto un asteroide o una cometa impattava sulla sua superficie per rimettere le cose a posto quando la strada intrapresa non pareva essere esattamente la migliore. Come seguendo il disegno di un immenso albero, le forme di vita avevano preso a svilupparsi a dismisura. Molti dei rami evolutivi si erano velocemente raggrinziti fino a rinsecchire e cadere al suolo fornendo così spunto e nutrimento a nuovi tentativi. Infine parve si fosse trovata la direzione giusta.

Erano passati più di quattro miliardi di anni ed era tempo che una forma di vita veramente stabile e resistente, al di là degli innumerevoli vegetali già sviluppati, venisse alla luce. Si trattò dapprima di creature piccole e indifese, che col passare del tempo s’ingigantirono a tal punto che le piante, per non esser completamente distrutte, dovettero inserire delle tossine nelle proprie foglie, finendo così per limitare la crescita abnorme di quegli esseri. La strada giusta era stata individuata. Il rapporto tra erbivori e carnivori si stava stabilizzando. Nuove gemme andavano sviluppandosi fornendo nuovi rami all’albero dell’evoluzione, mai così robusti prima di allora.

dinosauri

 

Le nuove creature inizialmente avevano corpi dalle dimensioni ridotte, ma, al contrario, la scatola cranica era aumentata di volume. I velociraptor erano proprio macchine perfette, veri dominatori. Sapevano essere cacciatori crudeli e spietati, ma anche genitori affettuosi e premurosi. Sì, non vi era alcun dubbio: rappresentavano il ramo migliore su cui lavorare nel futuro!

 

 

Si sarebbero evoluti velocemente, sarebbero diventati anche padroni del cielo, i primi tentativi avevano avuto un esito favorevole. Il loro cervello si sviluppava e tutto era pronto per il nuovo salto qualitativo, quello verso il pensiero e il libero arbitrio.

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Il Sole e gli altri pianeti del suo sistema erano compiaciuti del lavoro di equipe che avevano svolto e, ebbri di felicità si distrassero, per la prima, tragica, volta.

Non fu colpa di nessuno in particolare, ma nello stesso tempo fu colpa di tutti. Giove non si era reso conto di avere dato quella spallata così vigorosa. Saturno, perso com’era dietro ai suoi giochi di prestigio, non si era accorto di nulla. Marte, dal canto suo, perso com’era dietro al rimpianto mai sopito di non essere potuto divenire la culla della vita al posto della Terra, non lo vide per niente, mentre gli passava davanti indisturbato. Venere, forse, sarebbe potuta intervenire, se solo fosse riuscita a distinguere bene quel che stava accadendo dietro a quella mostruosa coltre di nubi. Il Sole, poi, tutto preso dall’orgoglio della propria opera, si era dedicato anima e corpo alle sue fantastiche esplosioni.

asteroide-dinoE accadde il dramma. Quell’asteroide non era stato previsto, al contrario di tutti i suoi predecessori. Era giunto lì senza alcuna guida o motivazione. E proprio nel momento sbagliato! La Luna, che per ultima lo vide, qualche istante prima dell’impatto, fece un vano tentativo per fermarlo, ma, sfortunatamente, era troppo distante. L’urto fu terribile, inatteso, impressionante.

Quel ramo dell’evoluzione così rigoglioso, robusto, vivace destinato a generare frutti splendidi e preziosi si schiantò al suolo. Reciso repentinamente nel pieno della sua vitalità. Un errore, meglio, una serie di tragici errori. Seguirono momenti di scoramento, di rabbia, di vergogna, di sbandamento e ci volle molto tempo per ristabilire un minimo di ordine.

La Terra si sentiva violentata: tanto lavoro per nulla. E adesso cosa avrebbe fatto? I suoi figli più amati stavano morendo senza speranza. Si sentiva vuota, fredda, inutile. Se avesse potuto scegliere il proprio destino, forse avrebbe cercato di seguire Venere o Marte, forse avrebbe deciso di abbandonare per sempre quel compito così eccezionale, finito tragicamente per uno stupido errore di un attimo.

terra

Il Sole, quantunque affranto, riuscì a riprendere in mano la situazione appena in tempo. Non poteva abbandonarsi alla disperazione, doveva invece rimboccarsi le maniche e lavorare per ridare fiducia ai suoi figli, soprattutto alla Terra, il gioiello più prezioso.

Non c’era tempo da perdere, bisognava ricominciare subito, anche correndo i rischi legati a una scelta troppo frettolosa. Meglio commettere qualche errore, che avrebbe poi sempre potuto correggere, piuttosto che farsi vincere da un’apatia irreversibile.

 

mammiferoIl lavoro riprese da quel che era sopravvissuto, in realtà nulla di speciale, solo un vecchio tentativo destinato a fallire sul nascere, un ramo che, lentamente, stava divenendo secco. Nonostante ciò, quelle piccole creature erano riuscite a sopravvivere più a lungo del previsto, nascondendosi, fuggendo, mimetizzandosi. Forse erano state sottovalutate rispetto ai dominatori così carichi di promesse e di aspettative. Il Sole puntò tutto su di esse. “O la va o la spacca”, pensò. E fu così che creò per loro un ambiente estremamente favorevole, quasi affettuoso, mai elargito in precedenza.

 

animaliLe coccolò in modo spasmodico. Fece lentamente tornare il sorriso ai suoi figli contriti e pieni di sensi di colpa. Accelerò tutte le fasi evolutive, esagerando sicuramente e riflettendo meno del solito. Molti rami si spezzarono in fretta. Forse troppo in fretta. Ma le creature, pur scelte in quel modo quasi irrazionale, crescevano alla grande, superando rapidamente i traguardi raggiunti dai propri predecessori, e giunsero rapidamente a fare il grande balzo, quel salto evolutivo già bloccato sul nascere da quell’asteroide disobbediente.

La fretta è, però, sempre stata una cattiva consigliera. Quei risultati a prima vista eccezionali, celavano molti errori che l’euforia momentanea aveva fatto sì che fossero ignorati con eccessiva superficialità.

Il cervello, il punto di arrivo, funzionava ancora in modo confuso e spesso non riusciva a distinguere le cose giuste da quelle sbagliate. Non aveva avuto tempo di imparare e ora pensava di non averne più bisogno.

Il Sole e i pianeti cominciarono a rendersene conto e cercarono di frenare quella corsa troppo rapida e incontrollata, ma ebbero paura di commettere un nuovo tragico errore. Furono troppo benevoli? Sicuramente sì. Si rendevano però conto di non poter ricominciare tutto da capo: la Terra non avrebbe retto la frustrazione di un nuovo insuccesso. Fu così che il Sole agì con troppa delicatezza: un po’ di grande freddo, un po’ di grande caldo, qualche piccola trasformazione geologica, ma niente di veramente violento. Questo provocò senz’altro una modesta selezione fra quelle creature, senza riuscire però a impartire una sana lezione di umiltà alla loro massa cerebrale che, per la prima volta nella storia dell’Universo, si considerava insostituibile e libera di far ciò che voleva.

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Trascinate da questo delirio di onnipotenza, le nuove creature persero in fretta ogni misura dei propri valori e dei propri limiti. Cominciarono così a uccidersi e a sbranarsi a vicenda, tentando addirittura di accaparrarsi il diritto di scegliere quali, tra i loro stessi simili, fossero da considerare rami secchi da abbandonare al proprio destino. Arrivarono perfino a pensare di poter dominare proprio ciò che le aveva create con tanta passione e fatica, il saggio e paziente Sole.

La Terra cominciò a sentire il disagio di quell’ingombrante presenza e chiese aiuto ai suoi fratelli e al vecchio padre splendente. Bisognava fare qualcosa, cercare di rimettere in moto quei meccanismi che nei miliardi di anni passati avevano provocato una selezione controllata dello sviluppo della vita. Anche a costo di essere troppo severi e spietati.

La paura di sbagliare li aveva costretti a essere troppo permissivi e teneri. Ma ora, per la stessa salvezza di quel nuovo ramo nato così in fretta, era giusto che s’intervenisse con una drastica “potatura”, per non rischiare che tutto marcisse inesorabilmente.

Anche se con la tristezza nel cuore, il Sole calcò la mano e fece sentire nuovamente, dopo lunghissimo tempo, alla sua amata Terra quegli sconvolgimenti che l’avevano segnata in tutta la sua lunga storia. Il pianeta sapeva che era necessario e non solo non si oppose ma gliene fu grata. Era, però, tristissimo vedere sgretolarsi quella macchina umana così raffinata, delicata, evoluta.

Bastava così poco per farla crollare… Il suo cervello complesso ma disordinato, non poteva far niente per contrastare le condizioni al contorno che stavano diventando terribili. Usava tutte le sue armi tecnologiche, le meraviglie della sua intelligenza, che ambiziosamente aveva pensato fossero in grado di contrastare le forze della Natura, ma che si erano rivelate come carezze a fronte degli schiaffi che stava ricevendo.

tsunamiLa Terra era triste. In qualche momento avrebbe voluto quasi chiedere di fermare tutto e di abbandonare quella soluzione così dolorosa. Poi, riflettendo, realizzava come quello fosse l’unico modo per poter realmente riprendere il giusto cammino che si era interrotto in modo del tutto casuale. La creatura che si era in seguito sviluppata, l’uomo, era stata purtroppo una scelta emotiva e non razionale. E ora, loro malgrado, non rimaneva che continuare a colpire nascondendo la pietà dietro alla fredda logica. Prima o poi sarebbe tornata la pace e la Terra avrebbe gioito del nuovo ramo costruito con saggezza e ordine.

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Il delta del Gange, grande fiume del subcontinente indiano che nasce nell'Himalaya centrale e, dopo un percorso di 2510 km, sfocia nel Golfo del Bengala

I primi segni del nuovo cammino comparvero proprio in una zona considerata “trascurabile” e “inutile” da quella specie che stava spegnendosi: il delta del Gange. Tutto si era accanito contro quel piccolo enclave fuori dal mondo. La Natura stessa, troppo presa a spingere il nuovo affrettato tentativo, non aveva avuto alcuna compassione, aveva fatto di quegli esseri, isolati dal resto della civiltà, delle vittime abbandonate, violentate dalle intemperie, dalle epidemie, dalla fame, dall’odio, dalla forza delle acque.

I loro simili più fortunati non se ne curavano, li avevano già cancellati, dichiarati “rami secchi”, lasciandoli in balia di loro stessi. Nessuno avrebbe certo pensato che proprio quelle condizioni disumane stessero forgiando e preparando il ramo vincente. Le ultime generazioni, prima della decisione drastica del Sole, avevano già subito trasformazioni importantissime, che nessuno aveva saputo o voluto vedere.

I bambini, numerosissimi come sempre capita quando bisogna conservare la specie a tutti costi, annaspavano continuamente in quelle acque limacciose e maligne che li avvolgevano cadendo dal cielo o trascinate dalla corrente dell’immenso fiume. Sembrava che ogni momento fosse l’ultimo e che la Natura stesse per spazzarli via per sempre. E invece non solo resistevano, ma si fortificavano.

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Nei secoli delle grandi piogge che sconvolsero i continenti civilizzati, quando gli innumerevoli vulcani spenti ormai da millenni si risvegliarono sputando fango e fuoco, nel periodo in cui le faglie si aprirono violentemente accelerando i movimenti della sottile crosta superficiale, laggiù, nella terra dimenticata, erano già nati i primi bambini che riuscivano a respirare per lunghissimi minuti anche sott’acqua.

Erano già pronti alle inondazioni che avrebbero avvolto la Terra in una coperta liquida infinita. Molti sopravvissero, piccole creature, simili ad anfibi, che si cibavano di tutto, di licheni, di alghe, di insetti. Il loro cervello sapeva affrontare qualsiasi tipo di tragedia perché ormai era impressa profondamente nel loro DNA.

Sapeva riflettere mettendo al primo posto la Natura e quindi loro stessi come parte integrante di essa. Non la odiavano più, non la maledivano, non piangevano, non si disperavano, ma lottavano con fiducia e speranza INSIEME a lei.

Il Sole, i pianeti e la Terra se ne resero conto e capirono che il tempo aveva ripreso il suo giusto corso. Decisero di calmarsi, di dare tempo alla nuova creatura e alla sua nuova mente di prendere coscienza della situazione. Il nuovo ramo era forte, impavido, sicuro, umile e vitale. Sì, era proprio quello giusto. E questa volta non si sarebbero più fatti distrarre dal proprio compiacimento!

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Splendido esemplare di platanista del Gange

La Terra, finalmente felice e rilassata, guardò senza più compassione o pentimento il vecchio ramo ormai secco che, sgretolandosi, cadeva come polvere nell’immenso oceano in fase di ritirata.

 

Tutti i racconti di Vin-Census, sono disponibili, insieme a quelli dell'amico Mauritius, nella rubrica ad essi dedicata e, se vi ha emozionato il delfino del Gange, non potete non farvi incantare dal rumoroso silenzio delle balene!

 

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Il delfino del Gange, più propriamente chiamato platanista, è una delle due sottospecie di platanista gangetica e vive in India, Bangladesh e Nepal.

Essendo i suoi occhi sprovvisti del cristallino, il platanista è essenzialmente cieco e riesce appena a distinguere l’intensità e la direzione della luce. Questo comunque non è assolutamente un handicap, visto che per muoversi e, soprattutto, per cacciare carpe e pesci gatto, insieme ad altre specie di pesci e gamberetti, il platanista usa l’ecolocazione (un sonar biologico sviluppato da alcuni mammiferi, tra cui notoriamente i pipistrelli).

Come tutti i delfini di fiume (ne esistono anche alcune specie in Sud America), i platanisti asiatici sono tra gli animali a maggior rischio di estinzione. I pericoli più grandi derivano principalmente dall’uomo: al suo uso smodato delle risorse idriche, all’inquinamento, alle reti da pesca, ma soprattutto alla costruzione di numerose dighe che di fatto sbarrano il percorso di questi piccoli cetacei, isolando e frazionandone le fragili popolazioni.

Nonostante questo, al giorno d’oggi il platanista è considerato una specie in pericolo dall’IUCN (International Union for Conservation of Nature) esattamente a metà della scala a sette gradini, ad ancora quattro passi dall’estinzione. Infatti, prendendo come esempio il delfino dell’Indo in Pakistan, sebbene il suo areale sia diminuito notevolmente, attualmente è presente in almeno tre zone dove la popolazione è piuttosto stabile e raggiunge il numero di circa 1.200 individui.

Il platanista del Gange vive in India, Nepal e Bangladesh: nel fiume Gange in India, in alcuni suoi affluenti in Nepal, nel corso finale del Brahmaputra in India, nel grande delta composto da quest’ultimo ed il fiume Meghna in Bangladesh e nel bacino idrico dei fiumi Karnaphuli e Sangu sempre in Bangladesh.

A causa degli ancora scarsi studi specifici, non sono disponibili dati recenti ed attendibili sull’attuale popolazione di delfini del Gange, che comunque, dato il più ampio areale rispetto a quello dell’Indo, dovrebbe essere maggiore e dovrebbe superare i 2-3 mila individui.

Un inaspettato aiuto per la conservazione del  platanista gangetico potrebbe essere la religione, grazie ai numerosi sforzi che si stanno iniziando a fare per ripulire le acque del sacro fiume Gange. In realtà non esistono particolari riferimenti ai delfini gangetici nell’induismo, ma sicuramente potrebbero trarre un notevole vantaggio da un minor inquinamento delle acque del Gange e dall’interrompere la costruzione di nuove dighe e canali, estremamente dannosi per il proliferare dei delfini.

(tratto da http://informazioniindiaenepal.blogspot.it/2016/09/il-delfino-del-gange.html)

 

Ce la farà il delfino del Gange a salvarsi dall'estinzione? Noi scommettiamo di sì! :wink: 

 

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